L’inchiesta sulla strage del bus che la sera del 28 luglio 2013 precipitò dal viadotto dell’Acqualonga nella zona di Monteforte Irpino, ad Avellino, causando la morte di 40 persone, si è chiusa con l’ex ad di Aspi, Giovanni Castellucci, che ha varcato la soglia del carcere. Sabato 12 aprile, Castellucci si è recato in prigione dando così seguito alla sentenza di condanna divenuta definitiva. Il sigillo alle sue responsabilità è stato messo venerdì sera dai giudici della Corte di Cassazione che, dopo circa quattro ore di camera di consiglio, hanno confermato il verdetto stabilito dai giudici della Corte d’Appello. Gli ermellini hanno così ratificato la condanna di Castellucci a sei anni per omicidio colposo, mentre diventa definitiva l’assoluzione dal disastro colposo. Una sentenza «incomprensibile» hanno commentato gli avvocati Filippo Donacci e Paola Severino, a dire dei quali «sulla base delle prove che abbiamo fornito siamo convinti che l’ingegner Castellucci sia totalmente estraneo ai fatti e che abbia sempre svolto accuratamente i propri doveri di amministratore delegato». «La censura che gli è stata mossa, peraltro – sottolineano -, riguardava attività di esclusiva competenza del progettista, neppure indagato, e ritenevamo pertanto corretta la richiesta del Procuratore Generale della Cassazione di annullare la sentenza. Con questa sentenza, le responsabilità dei vertici diventano pericolosamente onnicomprensive. Utilizzeremo tutti gli istituti che la legge consente affinché possa essere riconosciuta la sua innocenza».
Confermate anche le condanne a 9 anni per Gennaro Lametta, proprietario dell’autobus, a 4 anni quella emessa nei confronti della ex dipendente della motorizzazione civile di Napoli, Antonietta Ceriola; a sei anni per il direttore generale dell’epoca Riccardo Mollo e per i dipendenti di Aspi Massimo Giulio Fornaci e Marco Perna; a cinque anni per il dirigente di Aspi Nicola Spadavecchia e per il direttore di tronco di Aspi Paolo Berti; a 3 anni per Gianluca De Franceschi, dirigente di Aspi e per i due dipendenti Gianni Marrone e Bruno Gerardi. Pure Lametta si è costituito, pur polemizzando con la sentenza: «Mi vado a costituire in carcere dove per questa vicenda entro per la seconda volta da innocente. Questa volta però ci vado con tutte le prove a mio favore per cui mi batterò fino alla fine per dimostrare la grave ingiustizia che sto subendo». Secondo Lametta e i suoi avvocati, il processo «ha dimostrato che l’autobus precipitò a causa di 30 anni di mancata manutenzione dei new Jersey da parte di Autostrade e che la causa della distacco della trasmissione non fu – afferma – una mia trascuratezza ma un sovraserraggio dei perni causato da un errore umano non certo mio, ma dei meccanici dell’officina autorizzata dove portai il bus prima del tragico incidente». Tuttavia contro Lametta pesano le parole del pg, che raccontano le ragioni della condanna divenuta definitiva. Il bus, come ha detto il rappresentante dell’accusa, aveva un certificato falso di revisione, che non veniva effettuata dal 2011, e inoltre il mezzo «era privo dei requisiti minimi per circolare. Lametta ha posto in circolazione mezzo in pessime condizioni mettendo a rischio le vite dei passeggeri».
Il terribile incidente si verificò intorno alle 20.30 di una domenica d’estate nella quale, dopo alcuni giorni in gita nei luoghi di Padre Pio, una comitiva di famiglie e amici stava tornando a casa a Pozzuoli. Mentre percorreva la discesa dell’A16 Napoli-Canosa, nel territorio di Monteforte Irpino, il bus guidato da Ciro Lametta, fratello del proprietario dell’agenzia Mondo Travel che aveva organizzato il viaggio, cominciò a sbandare dopo aver perso sulla carreggiata il giunto cardanico che garantisce il funzionamento dell’impianto frenante. Dopo aver percorso un chilometro senza freni, ondeggiando a destra e sinistra, tamponando le auto, una quindicina, che trovava sul percorso, l’autista del bus – un mezzo che aveva percorso oltre un milione di chilometri – nel tentativo disperato di frenare la corsa si affiancò alle barriere protettive del viadotto “Acqualonga” che cedettero facendo precipitare il pullman nel vuoto da un’altezza di 40 metri. Trentotto persone morirono sul colpo, due nei giorni successivi. Dieci i superstiti.
lunedì, 14 Aprile 2025 - 10:00
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