Per Donald Trump l’elezione del primo papa statunitense è motivo di orgoglio nazionale. Il presidente si è congratulato con Leone XIV soprassedendo, ovviamente di proposito, alle stoccate che, da cardinale, Robert Francis Prevost non gli ha certo risparmiato. L’ultimo post su X del nuovo Pontefice è un retweet di una critica alle politiche trumpiane sui migranti: «Non vedete la sofferenza? La vostra coscienza non è turbata? Come potete tacere?». E ne ha avuto anche per Vance, per quel suo tentativo di gerarchizzare l’amore cristiano. «Gesù non ci chiede di classificare il nostro amore per gli altri», la replica di Prevost
Insomma, certamente, il nuovo vescovo di Roma non è Zuppi, né viene dall’ala più progressista della Chiesa, tantomeno possono essere ignorate le sue posizioni conservatrici sull’argomento Lgtbq, ma – allo stesso tempo – non è neanche il miglior amico di Trump. E anche ieri lo ha messo in chiaro quando, durante i suoi primi mille secondi da pontefice, ha usato, una dopo l’altra, le parole “pace, disarmo, dialogo”. E quindi, se come sostengono autorevoli analisti il passaporto non ha contato in Conclave (se ne è parlato perché, dopo quella italiana, in questo il passaporto ha invece avuto un ruolo perché il nuovo Papa si è posto subito come antagonista ai governi, come il nostro, come quello Ue e come quello Usa, che stanno investendo pesantemente sulle armi. Scelte dialettiche pregnanti e veicolo dei messaggi che il miliardo e 406 milioni di cattolici (l’80 per cento dei quali oggi è fiori dall’Europa) nel mondo attendevano tanto ansiosamente dopo che le grida di giubilo si sono strozzate per un attimo nella gola degli oltre centomila presenti a San Pietro quando il cardinale protovescovo ha annunciato il nome del nuovo papa.
Americano con cittadinanza anche peruviana, viene dalla diocesi di Chicago, sede dello scandalo noto come caso Spotlight, abusi sessuali su minori che si sono protratti per anni e sono stati, per anni, coperti dalle alte sfere della Chiesa dell’Illinois, hanno accolto quasi con un sospiro di sollievo lo speech del Pontefice americano, con un mindset che suona più come discorso di insediamento che come sermone. L’habemus papam, dicevamo, dopo un’ora di sorrisi e grida, è stato seguito da un primo tiepido momento d’attesa, poi esploso in ovazione quando Leone XIV ha pronunciato la parola “pace” e ha, ripetutamente, citato Bergoglio specificando che ne seguirà i passi. Oltre quelli di Trump, che ha detto di voler incontrare subito il suo connazionale eletto al soglio di Pietro, spiccano, tra gli auguri ricevuti, quelli di Netanyahu che, rispetto a quando è morto papa Francesco, ha scelto una tempistica decisamente più veloce (le condoglianze arrivarono tre giorni dopo).
Il messaggio del premier israeliano viene letto dagli analisti come un potenziale segnale di apertura. Come le congratulazioni di Putin, giunte puntualissime a Roma. O forse è solo una speranza che accomuna gli addetti ai lavori alla gente comune. Papa Francesco ha usato una dialettica violenta su temi come l’aborto, definendo assassini i medici che lo praticano, ma nel contempo ha dato alle donne ruoli di rilievo in una Chiesa maschile e maschilista, e si è mostrato aperto sui temi Lgtbq rispetto ai quali, invece, il neo eletto pontefice è sempre stato più conservatore.
AGOSTINIANO, NIPOTE DI IMMIGRATI, ATTESA PER LE SCELTE SU DONNE E LGBTQ
Figlio di genitori nati a Chicago da immigrati francesi e spagnoli, il suo nome, da outsider, è circolato con forza tra i possibili papabili quattro giorni fa, ma la segretezza del misterioso rito del Conclave non ha consentito neanche ai più esperti vaticanisti di prevedere la sua elezione. Le dinamiche segrete della Cappella Sistina hanno sorpreso un po’ tutti. Incluso Prevost. La brevità del conclave ha contribuito ad accentuare la reazione di stupore. Ma andiamo a leggere il profilo del presule di Roma che si presenta progressista su temi come immigrazione, mentre è decisamente più conservatore sulle questioni puramente dottrinali. Agostiniano (come Lutero), Prevost viene dunque da un ordine molto più piccolo di quello dei Gesuiti, la grande rete cui apparteneva papa Francesco, ed è un uomo forgiato dall’esperienza in America Latina e, in questo come Bergoglio, ha conosciuto luoghi come le grandi metropoli sudamericane e posti remoti degli stessi Paesi dove la Chiesa rappresenta l’unica speranza per coloro che non ne hanno nessuna. Leone XIV si porta dietro, dunque, un bagaglio di esperienza e formazione articolata. Cresciuto praticamente in parrocchia, oltre all’inglese parla l’italiano, imparato a Roma dove è stato da diacono e poi da giovane sacerdote per gli studi in diritto canonico. Parla lo spagnolo, la lingua della sua seconda patria, il Perù, dove è stato missionario. Un poliglotta che ha immediatamente messo il dialogo al centro della sua agenda, dove il filo conduttore è la pace. In che modo intende farsi ascoltare dai potenti della Terra, come dialogherà e quali saranno i suoi strumenti? Ci saranno passi indietro sul tema delle donne? Le risposte verranno anche attraverso la formazione del suo governo. Il segretario di Stato che sceglierà, ai vescovi che creerà, ma anche il ruolo che darà alle battezzate, le posizioni che prenderà, questa volta da papa, sulla comunità Lgtbq, daranno indicazioni chiare su quella che sarà la Chiesa di Leone XIV.
UN CONTRAPPESO PER TRUMP, SI ATTIVA LA MACCHINA DEL FANGO
Per molti americani, comunque, e per diversi esperti di dinamiche vaticane, la scelta dei cardinali nell’elezione di Prevost può essere letta anche come la volontà di generare un contrappeso per contrastare con forza le potenze occidentali trasbordate in ideologie suprematiste, nazionaliste, poco inclini al dialogo, all’accoglienza, all’inclusione. Come Trump, Grazie al conclave, da ieri, nel mondo c’è un americano più potente di lui. E le frange più a destra come il movimento Maga (acronimo di “make America great again”, lo slogan di Reagan che Trump ha fatto suo) non sono entusiaste della sua elezione. Non a caso, subito dopo l’Habemus Papam, sono iniziate a circolare fake news con contenuti infamanti sugli scandali di Chicago, associando il pontefice non solo a questi ma anche di aver coperto abusi avvenuti nella diocesi peruviana dove è stato missionario. Tutto falso e prontamente smentito, ma la macchina del fango è ormai già lanciata in una corsa inarrestabile. Tra le bufale che circolano in rete – dai canali Telegram a X – anche quella dell’obolo degli Usa al conclave, presunte pressioni economiche per far eleggere il papa Usa. Di tutto, dunque, e se la contrapposizione tra il Leone XIV e i governi che esprimono politiche nazionaliste dovessero ulteriormente inasprirsi, la situazione andrà a degenerare.
venerdì, 9 Maggio 2025 - 07:56
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