«L’ex ministro Beatrice Lorenzin ci diceva che stavamo morendo per il nostro stile di vita: mangiavamo male, fumavamo, e poi ci lamentavamo delle nostre morti. Ma allora perché morivano anche i bambini? Noi siamo un popolo dalla memoria corta ed è per questo motivo che tutti noi continueremo a combattere per ricordare». Don Maurizio Patriciello, parroco di Caivano, sottolinea con enfasi le parole del ministro della Salute in Italia (dal 2013 al 2018) in riferimento alle criticità all’epoca emergenti delle condizioni di salute della popolazione campana a margine del convegno su “La sentenza della CEDU c/ Italia sulla Terra dei fuochi: nesso causale tra inquinamento ambientale e danno alla salute”, tenutosi ieri, mercoledì 25 giugno, nella biblioteca “De Marsico” di Castel Capuano ed organizzato dalla “Fondazione dell’avvocatura napoletana per l’alta formazione forense”.
Da anni simbolo della battaglia morale per la Terra dei Fuochi, il disastro sanitario e ambientale che ha colpito e colpisce l’area a nord di Napoli, la voce di Don Patriciello è dapprima testimone, poi col passare del tempo esperta della tragedia: «Ho perso due fratelli, mio cognato, mio nipote, ho fatto decine di funerali ai vostri bambini, ai vostri parenti, ai vostri vicini di casa». Da qui, il parroco ha mosso i primi passi. L’incontro al Viminale con l’ex ministro degli interni Annamaria Cancellieri, del governo Monti, per discutere delle montagne di amianto sbriciolato a Succivo e del rischio corso dai ragazzi che facevano footing nelle campagne. «Portammo con noi un album di foto scattate con le nostre mani che mostravano chiaramente la criticità della situazione», ricorda don Patriciello con analogo riferimento alla reazione della Cancellieri: «È una tragedia, è un disastro, mi avevano detto che fosse tutto finito», furono le parole del ministro. Il primo provvedimento preso in seguito a tale incontro fu il riconoscimento ufficiale governativo del problema della cosiddetta ‘Terra dei fuochi’ con la nomina, da parte di Cancellieri, del viceprefetto di Milano Donato Cafagna a primo commissario straordinario per la Terra dei fuochi. «Padre Maurizio quello che state facendo è bello ma del tutto inutile, perché l’Italia non ha gli strumenti per condannarli, sti delinquenti» fu il commento del magistrato Bisceglia in merito ai convegni, manifestazioni, scioperi mossi da don Patriciello: il suggerimento di Bisceglia fu, in tale occasione, quello di «richiedere una legge sui reati ambientali».
Così fu fatto e la legge 68 sui reati ambientali venne approvata il 22 maggio di 10 anni fa, per tutta l’Italia.
Il 19 febbraio 2024 c’è stata la nomina del generale Giuseppe Vadalà a Commissario straordinario per le bonifiche nella Terra dei Fuochi. Il procuratore generale presso la Corte d’Appello di Napoli Aldo Policastro spiega di aver già avuto un incontro in Procura generale a Napoli con Vadalà, «con l’obiettivo di creare una sinergia tra l’attività repressiva delle procure e quella preventiva. Una collaborazione indispensabile, poiché è evidente che i principali sversamenti illeciti provengono da fonti industriali». «È necessario interrompere alla radice questo circuito dannoso, che non coinvolge solo la criminalità organizzata e le ecomafie, ma anche un’imprenditoria che opera nell’illegalità o con superficialità, puntando esclusivamente al massimo risparmio», incalza il procuratore generale Policastro. Questa imprenditoria, aggiunge Policastro, «pur non essendo tutta legata alla camorra, causa comunque gravi danni al territorio».
«Io credo che il tema riguardi anche le risorse e la determinazione. In prima battuta, è fondamentale rimuovere i rifiuti – suggerisce Policastro –. Se chi si occupa della prevenzione agisce subito per liberare il territorio da rifiuti ingombranti e pericolosi, si compie già un passo significativo, che dimostra una vera volontà di intervenire». Tuttavia, «a questa azione deve affiancarsi un controllo serrato di tutte le imprese presenti nell’area. In particolare – conclude – nella zona della Terra dei Fuochi, bisogna vigilare sulle aziende manifatturiere che traggono profitto dall’omissione del corretto riciclo dei materiali. Se queste due azioni si portano avanti insieme, allora potremo davvero intravedere una prospettiva positiva».
A trasformare la rabbia in azione legale è stata l’avvocato Valentina Centonze, procuratrice della sentenza emessa lo scorso gennaio dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di condanna all’Italia, per non aver tutelato i diritti dei cittadini che vivono nella Terra dei Fuochi. Avvocato del Foro di Nola, ma prima ancora cittadina di Acerra, anche Centonze ha perso un familiare, il padre, per un tumore. Come lei, centinaia di famiglie in quella zona convivono con la malattia, con la paura e con l’incredulità di fronte a uno Stato che ha saputo e non ha agito. «Intorno al 2010 eravamo circondati da nubi di fumo, vivevamo con la costante angoscia di ammalarci perché a poche centinaia di metri dalle nostre case degli sciagurati appiccavano roghi non con sacchetti dell’immondizia ma con scarti industriali», racconta Centonze. In realtà, ricorda l’avvocato, «ci fu un disperato tentativo di alcune istituzioni locali di sgomberare questa strada ma continuavano ogni volta ad essere individuati nuovi siti di sversamento». «Abbiamo iniziato nel 2013 – prosegue l’avvocato – quando ancora non c’erano strumenti giuridici solidi per perseguire i responsabili. Il reato ambientale era poco più di una contravvenzione. Era necessario dimostrare che un tumore fosse causato esattamente da un certo tipo di inquinamento: una prova quasi impossibile, vista l’assenza di una consistente letteratura scientifica».
La sentenza europea, però, ha cambiato tutto. «Oggi possiamo parlare di responsabilità dello Stato – afferma Centonze -. Non solo per omissioni, ma per aver creato un sistema in cui informazione, bonifiche e prevenzione sono state colpevolmente assenti. La Corte ha riconosciuto le falle strutturali del nostro ordinamento e ci ha dato un’arma potentissima: il diritto alla verità, alla salute, alla protezione». Tuttavia, Centonze avverte, la sentenza pronunciata dalla CEDU ha messo in evidenza diverse carenze nelle leggi italiane, sottolineando la necessità di intervenire per colmare queste lacune normative: «Il fondo da 2,5 miliardi promesso è ancora solo sulla carta. Le bonifiche non sono partite. Sarebbe, secondo la Corte e secondo l’esperienza internazionale, opportuno costituire un’autorità che si occupi in maniera indipendente di ambiente, che favorisca anche la consultazione di quelli che sono gli stakeholders, cioè le associazioni ambientaliste».
L’appello è condiviso e supportato dal professor dottor Antonio Marfella, oncologo e tossicologo presidente Isde Napoli. «La dichiarazione del disastro ambientale con la nomina di un commissario straordinario non ha poi comportato effettivamente le bonifiche dei territori nella maggior parte dei casi – dice Marfella -. Questa situazione, in origine, aveva creato uno stallo incredibile: le istituzioni, soprattutto le commissioni parlamentari d’inchiesta, conoscevano il problema, perché i fatti venivano descritti come un abbraccio mortale tra imprenditoria, camorra e politici collusi» ma, ricorda Marfella, «non si intervenne né per la rimozione delle cause né per la rimozione degli effetti». Effettivamente, don Patriciello stesso ha attribuito al boss del clan dei Casalesi l’ammissione di collaborazione tra camorra e politica: «Don Patricie’, senza gli agganci con la politica, noi del clan dei Casalesi saremmo rimasti sono una piccola banda di delinquenti di paese», gli rivelò in punto di morte.
Marfella, mostrando il registro dei tumori da lui compilato, illustra che: «Il problema del nesso di causalità ad oggi dipende soprattutto dall’analisi della diffusione dei tumori, che dovrebbe essere effettuata per Cap: il registro tumori di oggi mi dice che abbiamo ancora un eccesso di tumore al polmone, di mesotelioma, su base regionale. Perciò includiamo nel discorso gli abitanti centenari del Cilento, gli avellinesi o i beneventani, che non c’entrano niente». Insomma, il dottore chiarisce che solo chi conosce bene i territori può comprendere che l’eccesso non è proprio della regione Campania, ma si registra esclusivamente in Campania tra Napoli ovest-Bagnoli, Napoli est-porto di Napoli, toccando un picco particolarmente sulla città di Acerra.
L’incontro si chiude con un appello collettivo a una «santa alleanza» tra medici, magistrati, avvocati, cittadini e sacerdoti, oltre che con la benedizione ad opera di don Maurizio su tutti i presenti. «Il mio messaggio adesso è questo: i medici dovranno essere coloro che governeranno le leggi naturali, e gli avvocati coloro che governeranno governare le leggi sociali – conclude il dottor Marfella – ma non possono farlo se i medici non forniscono loro dati veri e certi».
giovedì, 26 Giugno 2025 - 13:03
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