Minacce in aula di Tribunale a Saviano e Capacchione, condannati in Appello Bidognetti e l’avvocato Santonastaso

Roberto Saviano
Roberto Saviano
di Laura Nazzari

Alla lettura della sentenza emessa dai giudici della prima sezione penale della Corte d’Appello di Roma, Roberto Saviano s’è messo a piangere. S’è messo a piangere di un pianto liberatorio. Oggi pomeriggio, poco dopo le quattro, è arrivata la sentenza che conferma le condanne del boss dei Casalesi Francesco Bidognetti e del suo storico avvocato, Michele Santonastaso, per le minacce, aggravate dal metodo mafioso, rivolte a Roberto Saviano e alla giornalista Rosaria Capacchione in un’aula di Tribunale.

Al termine di una camera di consiglio durante neanche un’ora, la Corte ha deciso di confermare in toto il verdetto emesso nel maggio del 2021 dal Tribunale capitolino. Tradotto in numeri: un anno e mezzo sono stati disposti per Bidognetti, mentre un anno e due mesi sono stati inflitti a Michele Santonastaso. Nessuno dei due imputati era presente alla lettura della sentenza. In aula, invece, c’erano sia Rosaria Capacchione che Roberto Saviano, costituitisi parte civile insieme all’Ordine dei giornalisti della Campania e alla Federazione nazionale della stampa. Lo scrittore ha abbracciato il suo avvocato, Antonio Nobile, mentre dal pubblico presente in aula è partito un applauso. «Mi hanno rubato tutta la vita», ha detto a caldo.

I fatti al centro del processo risalgono al 2008: a Napoli era in corso il processo d’Appello Spartacus, che vedeva sul banco degli imputati il ghota dei Casalesi (oltre 100 imputati), tra i quali Bidognetti. L’avvocato Santonastaso presentò una istanza di ricusazione e lesse il documento contenente le motivazioni a sostegno della richiesta: in quell’atto vi erano recriminazioni verso Saviano, accusato di avere in qualche modo condizionato i giudici con il suo libro Gomorra, e verso Rosaria Capacchione, che all’epoca scriveva per Il Mattino, alla quale fu “rimproverato” di scrivere articoli a favore dell’operato della procura.

In quel documento, che prendeva di mira pure i magistrati Raffaele Cantone e Francesco Cafiero de Raho (autori dell’inchiesta e del processo Spartacus) furono ravvisati gli estremi della minaccia. Da allora sono passati sedici anni e oggi si è arrivati alla sentenza di secondo grado. «Sedici anni di processo non sono una vittoria per nessuno ma ho la dimostrazione che la camorra in un’aula di tribunale, pubblicamente ha dato la sua interpretazione: che è l’informazione a mettergli paura. Ora abbiamo la prova ufficiale in questo secondo grado che dei boss con i loro avvocati firmarono un appello dove – ha commentato Saviano – misero nel mirino chi raccontava il potere criminale. E non attaccarono la politica ma il giornalismo insinuando che avrebbero ritenuto i giornalisti, e fu fatto il mio nome e quello di Rosaria Capacchione, i responsabili delle loro condanne. Non era mai successo in un’aula del tribunale, in nessuna parte del mondo».

lunedì, 14 Luglio 2025 - 17:41
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