Separazione carriere, “sì” storico al Senato: Pd e M5s protestano. Tajani: «Era il sogno di Berlusconi» | Cosa prevede

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di Manuela Galletta

I senatori del Pd protestano in Aula esponendo una copia della Costituzione al contrario. Il Movimento 5 Stelle alza cartelli: da una parte le foto di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e la scritta ‘non in loro nome’; dall’altra, il fotomontaggio di Silvio Berlusconi e Licio Gelli con la frase ‘ma nel loro’. «Un chiaro riferimento a quelli che sono i riferimenti politici e culturali a cui si è ispirata la maggioranza con la riforma della separazione delle carriere», spiegano i pentastellati. Il 22 luglio 2025 segna un altro passaggio decisivo nell’eterna ma (fino ad oggi) incompiuta battaglia tra politica e magistratura sulla separazione delle carriere di giudici e pm.

Con 106 voti favorevoli, 61 contrari e 11 astensioni (i senatori di Italia Viva e Azione, con l’eccezione di Carlo Calenda che vota a favore), il Senato approva la riforma costituzionale che introduce la separazione della carriere. Il “sì” arriva dopo il primo via libera della Camera, ma non è abbastanza per ottenere una legge questo perché la riforma va a modificare la Costituzione e dunque l’iter è più lungo. C’è bisogno, infatti, di una nuova doppia lettura (dai due rami del Parlamento), prevista in autunno e poi il preannunciato referendum che dovrebbe svolgersi nella primavera del 2026. Ma, salvo clamorosi colpi di scena, i numeri per il disco verde ci saranno anche tra pochi mesi. Il centrodestra, intanto, esulta. «L’approvazione è un passo importante verso un impegno che avevamo preso con gli italiani, e che stiamo portando avanti con decisione», commenta la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Che in serata diffonde un video nel quale aggiunge che la riforma ha un triplice obiettivo: «Garantire ai cittadini il diritto al giusto processo, disarticolare il sistema correntizio all’interno del Csm e restituire ai magistrati l’autorevolezza e la dignità che meritano».

L’entusiasmo maggiore è nelle fila di Forza Italia: il vicepremier Antonio Tajani parla di «giornata storica e meravigliosa per Forza Italia, che realizza così il sogno di Silvio Berlusconi». Un sogno che, insiste Tajani, non penalizza la magistratura ma semmai «esalta l’indipendenza della magistratura e punta a cancellare le derive correntizie». Sulla stessa linea il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha parlato di «passo importante» per una «riforma epocale»: «Sono molto soddisfatto, ho realizzato una mia aspirazione». Di «riforma storica per offrire più garanzia ed efficienza ai cittadini» parla anche il leader della Lega Matteo Salvini.

A sostenere il centrodestra con voto favorevole è stato Carlo Calenda, leader di Azione, non seguito però dagli altri senatori che si sono astenuti. Nella dichiarazione di voto, Calenda dice: «Questa riforma serve, e serve per la ragione semplicissima che oggi non c’è una vera indipendenza tra politica e magistratura. Ancora più che la separazione funzionale. che oggi nei fatti già esiste, quello che davvero non c’è è un sistema di governo della magistratura che sia scollegato da quelle che sono le componenti, i sistemi di voto, il sistema di carriera, delle correnti della magistratura».

Su posizioni opposte le opposizioni. Per Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, la riforma «realizza il disegno di Licio Gelli e della Pd», mentre in Aula Roberto Scarpinato ha detto che «la separazione delle carriere è un regolamento di conti della casta dei potenti contro la magistratura». Secondo Peppe De Cristofaro, capogruppo di Avs, il ddl mira a rompere la separazione dei poteri, subordinando alla politica il potere giudiziario. Giudizio condiviso dal Pd ma Dario Franceschini ha paventato «un boomerang»: Il Csm dei soli Pm, «separato, autonomo, autogestito, dai confini ignoti» farà dei Pm «dei superpoliziotti», il che conduce «a un rischio ignoto».

Si astengono invece i senatori di Italia Viva, capitanati da Matteo Renzi che ha colto l’occasione per attaccare Nordio anche sul caso Almasri. «Signor ministro, se vuole davvero essere coerente con la separazione delle carriere, inizi a separare le carriere della politica da quella della magistratura e separi la sua carriera da quella del suo capo di gabinetto (Giusi Bartolozzi, ndr) che è la vera leader del suo ministero», ha detto. E ha aggiunto che dall’inizio del governo Meloni «in via Arenula c’è stato il Vietnam: se ne sono andati il capo di gabinetto di prima, il capo degli affari giudiziari, la capa degli ispettori. Ci sono stati continui sconquassi nel dipartimento che lei dirige. E questo è successo perché lei è circondato da gente che pretende di lavorare al suo posto».

Quindi cita il caso del generale libico Almasri, rimpatriato nel suo paese: «La decisione non l’ha presa lei, ma la toga in capo a Palazzo Chigi. Le fanno fare lo smartworking, decidono a Palazzo Chigi e poi la mandano ai convegni perché lei ha più cultura di tutti noi. Infatti dovevano metterla come ministro della Cultura ci saremmo risparmiati le sciagure di Giuli e Sangiuliano». E ha concluso: «Voi cercate di nascondere sotto la polvere la vicenda Almasri. Ma o lei ha mentito in quest’aula dicendo che le sue informazioni non erano sufficienti, oppure la sua capo di gabinetto le ha nascosto la verità. Se lei ha mentito – ipotesi che io preferirei, perché almeno non è un fantoccio nelle mani della sua capo di gabinetto – allora si dimetta. Se non ha mentito e non le hanno quello che Bartolozzi scriveva via mail, cacci la Bartolozzi e recuperi efficienza. Tertium non datum».

Posizioni politiche a parte, cosa prevede questa riforma?

LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE TRA GIUDICI E PUBBLICI MINISTERI

Il fulcro della riforma costituzionale promossa dal ministro Carlo Nordio è l’articolo 3 del disegno di legge, che sostituisce integralmente l’attuale articolo 104 della Costituzione. La novità principale è l’introduzione della distinzione formale tra magistratura giudicante e magistratura requirente, sancendo la separazione definitiva tra giudici e pubblici ministeri.
Un cambiamento strutturale, che rafforza l’impostazione già avviata con la riforma Cartabia, la quale consente oggi il passaggio da una funzione all’altra una sola volta nel corso della carriera.
Secondo le opposizioni, si tratta di un problema marginale: i passaggi tra giudice e pm si contano in media in una ventina l’anno, su un organico complessivo di circa 9.500 magistrati. Per la maggioranza, al contrario, la separazione garantirebbe maggiore equilibrio e neutralità, a tutela del principio del giusto processo.

DUE CONSIGLI SUPERIORI DELLA MAGISTRATURA, SCELTI PER SORTEGGIO

La riforma prevede la creazione di due organi autonomi per il governo delle due carriere: il Consiglio superiore della magistratura giudicante e il Consiglio superiore della magistratura requirente. Entrambi saranno presieduti dal Presidente della Repubblica. Ne faranno parte di diritto, rispettivamente, il primo presidente e il procuratore generale della Corte di Cassazione.
I componenti non saranno eletti ma sorteggiati. Un terzo sarà composto da membri laici (accademici e avvocati con almeno 15 anni di attività), selezionati tramite sorteggio da un elenco predisposto dal Parlamento in seduta comune. I restanti due terzi saranno sorteggiati tra i magistrati in possesso dei requisiti che saranno stabiliti da una legge ordinaria.
Il mandato sarà di quattro anni, non rinnovabile, e i componenti non potranno partecipare alla successiva estrazione. 
Secondo la maggioranza, l’obiettivo è spezzare le dinamiche delle correnti interne alla magistratura. Le opposizioni criticano il metodo del sorteggio, considerandolo svilente e lesivo dell’autonomia della magistratura.

COMPETENZE DEI NUOVI CSM

I nuovi Consigli non avranno più poteri disciplinari, che saranno assegnati a un altro organo. Le loro competenze saranno circoscritte a: assunzioni, trasferimenti, assegnazioni, valutazioni di professionalità e conferimento delle funzioni ai magistrati della rispettiva carriera.

L’ALTA CORTE DISCIPLINARE: COME FUNZIONA

La funzione disciplinare sarà attribuita a un nuovo organo, l’Alta Corte disciplinare, composta da 15 membri. Nel dettaglio: 3 saranno nominati dal Presidente della Repubblica (avvocati o accademici con almeno 20 anni di attività); 3 saranno sorteggiati da un elenco analogo approvato dal Parlamento; 6 saranno estratti a sorte tra i giudici con almeno vent’anni di carriera e con esperienza in Cassazione; 3 saranno sorteggiati tra i pm con gli stessi requisiti. Anche se la maggioranza sarà composta da magistrati, la presidenza sarà affidata a un laico. Il mandato sarà quadriennale e non rinnovabile. L’Alta Corte giudicherà in primo e secondo grado, con composizioni differenti. Le sue decisioni non saranno impugnabili in Cassazione, in deroga all’articolo 111 della Costituzione. Una legge ordinaria disciplinerà nel dettaglio le infrazioni, le sanzioni e il funzionamento dell’organo.

SENTENZE NON RICORRIBILI IN CASSAZIONE

Una delle novità più rilevanti riguarda la non impugnabilità in Cassazione delle sentenze dell’Alta Corte. I ricorsi saranno possibili solo presso lo stesso organo, che giudicherà in composizione diversa rispetto al primo grado. Questa eccezione rispetto al principio generale sancito dall’articolo 111 della Costituzione sarà regolata da una legge ordinaria, che definirà anche le tipologie di illecito disciplinare, le sanzioni applicabili e il funzionamento dell’Alta Corte.

TEMPI PER LE LEGGI ATTUATIVE

Il testo della riforma stabilisce che entro un anno dalla sua entrata in vigore – quindi dopo l’eventuale approvazione referendaria – dovranno essere adottate le leggi attuative necessarie per rendere operativa la riforma. Nel frattempo, si continueranno ad applicare le normative attualmente in vigore.

mercoledì, 23 Luglio 2025 - 00:50
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