«Non possiamo farci condizionare dalla paura. Ogni imputato ha diritto a una difesa. Sempre». Gustavo Pansini lo dimostrò non con dichiarazioni di principio, ma con scelte concrete anche se la situazione era rischiosa. Assumendo la difesa d’ufficio di alcuni brigatisti, finì aggredito in carcere. E anche dopo quell’episodio, dopo le minacce di morte che arrivarono, non rinunciò alla toga. Perché essere avvocato, per lui, era più di una professione: era una vocazione.
Gustavo Pansini si è spento oggi a Napoli, pochi giorni prima del suo 92esimo compleanno, che avrebbe festeggiato il 9 agosto. Era iscritto all’Albo degli avvocati dal 1958, divenne cassazionista nel 1972 e negli ultimi anni, lasciata la Camera penale di Napoli, aveva aderito a quella di Torre Annunziata. In oltre sessant’anni di carriera ha segnato profondamente il mondo del diritto penale italiano, come avvocato, come professore e come intellettuale.
Il ricordo dell’aggressione delle Brigate Rosse
Lui stesso raccontò, in una intervista rilasciata qualche anno fa a Il Roma, quanto accadde quando si offrì volontario per assumere la difesa d’ufficio di alcuni brigatisti a Napoli: «Si dovette gestire a Napoli il primo processo alle Brigate Rosse, ai Nuclei Armati Proletari, che avevano adottato la strategia di rinunciare al difensore di fiducia. Per legge fu nominato difensore d’ufficio De Marsico, nella qualità di presidente dell’Ordine. In sede di Consiglio ci ponemmo il problema che sarebbe stato poco opportuno fare assumere la difesa dei brigatisti da un ex ministro fascista e perciò, dopo una seduta abbastanza turbolenta, decidemmo, d’accordo con il Presidente della Corte d’Appello, che De Marsico delegasse qualche consigliere». «Nel rispetto del principio costituzionale che ciascuno deve essere difeso, e ritenendo che l’onore di rappresentare la classe in Consiglio dovesse necessariamente comprendere l’assumerne gli oneri, mi offrii volontario», ha ricordato.
Ciò che accadde dopo fu un momento assai buio. «In un colloquio al carcere, per protesta, fui aggredito dai brigatisti e fui ricoverato in ospedale con prognosi riservata – disse a Il Roma – . Mi salvò dall’aggressione un ex allievo di mio padre, che era stato olimpionico di lotta greco-romana, l’avvocato Giuseppe d’Angelo, che si trovava anche lui a colloquio con un detenuto nella saletta vicina. È a lui che, probabilmente, devo la vita». Anche dopo Pansini fu oggetto di minacce: «Il giorno successivo gli imputati, in udienza, provocatoriamente lessero un comunicato nel quale dicevano che la notte precedente durante una perquisizione era stato trovato il coltello con cui volevano ammazzarmi. Un mese e mezzo dopo, a Torino, per l’identica ragione, fu ucciso il presidente dell’Ordine, l’avvocato Fulvio Croce». Nonostante ciò, Pansini proseguì per la sua strada, senza cedere alla paura.
Una carriera di altissimo profilo
Allievo di Giovanni Leone e poi di Remo Pannain, fu titolare della cattedra di Procedura penale e direttore della storica rivista “Archivio Penale” per venticinque anni. Da giovane avvocato, prese in mano lo studio di famiglia dopo la morte del padre e si trovò accanto un giovane praticante che sarebbe diventato ministro: Ortensio Zecchino. Dal 1988 al 1992 fu presidente dell’Unione Camere Penali Italiane, contribuendo a costruire un’identità nazionale dell’avvocatura penalista. Molti lo ricordano come il punto di riferimento dei “Pansiniani”, come venivano definiti simpaticamente i suoi tanti allievi e seguaci.
Le parole di chi lo ha conosciuto
«In questo momento, in cui siamo sopraffatti dalla tristezza, non possiamo non pensare a chi è stato e a cosa ha rappresentato Gustavo Pansini per l’Avvocatura tutta. Gli siamo debitori per l’esempio costante e una vita di integrale dedizione alla causa della Toga – ha commentato l’avvocato Salvtore Barbuto, presidente della Camera penale di Torre Annunziata -. Ha trasmesso a generazioni intere di avvocati l’amore per questa professione gloriosa e immortale. Spetterà ad altri, ben più illustri, rendere il giusto omaggio. Da modesto Avvocato mi limito a ricordare l’emozione nell’ascoltarlo o nel leggere le sue parole. Se è indimenticabile la lettera all’allora Procuratore Spataro, nella quale ribadiva il proprio ruolo di difensore della libertà, a me personalmente aveva sempre colpito la spiegazione del suo avvicinarsi all’attività associativa, dopo la drammatica aggressione subita, per avere assunto la difesa di ufficio di alcuni brigatisti. Torre Annunziata ne ha conosciuto la grandezza e, nel suo piccolo, non appena e’ stato possibile, lo ha iscritto con orgoglio nell’albo d’onore.
Non è per nulla retorico affermare che da oggi siamo orfani di un vero gigante dell’Avvocatura».
Parole sentite anche dalla Camera degli avvocati penalisti Sebastiano Fusco: «Maestro unico ed esempio per tutti noi. Non ci sono avvocati che non abbiano conosciuto il sommo maestro; fonte inesauribile di sapere giuridico e culturale. Titolare di cattedra ha ispirato giuristi italiani, diventando, così, faro accademico e punto di riferimento per Magistrati ed Avvocati. Mai domo, il suo spirito libero e teso sempre a far suoi i più grandi ideali dell’avvocatura, lo hanno portato a creare una organizzazione nazionale degli avvocati penalisti (UCP) diventandone presidente indimenticabile. La sua fama lo ha preceduto finanche in campo internazionale. Membro del COA e di numerose associazioni ha sempre fornito spunti dialettici di crescita. Un vuoto difficilmente colmabile; a tutti noi il difficile e improbo compito di raccogliere una importante eredità. Ci stringiamo forte attorno al nostro amico Giovanni ed alla sua famiglia».
Un’eredità morale e culturale
La morte del professore Gustavo Pansini lascia un vuoto profondo nella comunità giuridica italiana. Ma anche una responsabilità: custodire e trasmettere la sua lezione di rigore, passione civile e fedeltà ai principi costituzionali. Un’eredità che — come lui stesso dimostrò — va difesa sempre. Anche quando farlo è difficile. Anche quando si rischia la vita.
venerdì, 1 Agosto 2025 - 16:57
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