Un 57enne morto, due carabinieri indagati e l’uso del taser che torna ad infiammare il dibattito pubblico. La vicenda di Gianpaolo Demartis, esplosa a Olbia, è al centro della cronaca da sabato notte e continua a sollevare polemiche e interrogativi.
L’intervento e la morte di Gianpaolo Demartis
È accaduto nel rione di Santa Mariedda, durante la notte di sabato 16 agosto. Alcuni cittadini avevano segnalato al 112 la presenza di un uomo in forte stato di agitazione che avrebbe tentato di introdursi in due abitazioni, molestando passanti e colpendo anche uno dei militari intervenuti. Per fermarlo i carabinieri hanno fatto uso del taser. Pochi istanti dopo Demartis si è accasciato al suolo, è stato soccorso dal 118 e caricato in ambulanza, ma è morto durante il trasporto per un arresto cardiaco. La vittima, originaria di Bultei e residente tra Sassari e Olbia, aveva precedenti per spaccio ed era in affidamento in prova. La sua famiglia ha riferito che soffriva di cardiopatia.
L’inchiesta della Procura
Il procuratore di Tempio Pausania, Gregorio Capasso, ha aperto un fascicolo per omicidio colposo. Sono formalmente indagati il capo pattuglia e il carabiniere che ha materialmente utilizzato l’arma a impulsi elettrici. Una misura definita dagli inquirenti come «atto dovuto», legata all’avvio delle indagini e alla necessità di procedere con l’autopsia, fissata per giovedì. Il fascicolo punta a chiarire due aspetti: il ruolo effettivo del taser nella morte dell’uomo – tenuto conto della sua patologia cardiaca – e la dinamica dettagliata dell’intervento dei militari.
Le posizioni a confronto
La morte di Demartis ha riacceso il dibattito sull’uso del taser. Irene Testa, garante dei detenuti della Sardegna, ha scritto sui social: «Ancora una morte con il taser. Non è la prima volta che accade. Uso di scariche elettriche per contenere il disagio, provocando effetti devastanti. A volte la morte. Si può ancora consentire l’uso di strumenti di tortura legalizzata?».
Dal fronte opposto il sottosegretario all’Interno, Nicola Molteni (Lega), ha difeso la scelta dello Stato: «Io difendo il taser perché si è dimostrato uno strumento efficace e fondamentale di deterrenza e sicurezza. Non bisogna criminalizzare né l’arma né le forze dell’ordine. Spetterà all’autorità giudiziaria accertare cosa sia successo in questi episodi».
Anche l’azienda produttrice Axon ha diffuso una nota: «Ad oggi non esistono evidenze scientifiche che dimostrino una correlazione diretta di causa-effetto tra l’utilizzo del Taser e il decesso dei soggetti colpiti. Studi indipendenti hanno dimostrato che nel 99,7% dei casi non si registrano danni permanenti».
Sui social il ministro dei Trasporti e vicepremier Matteo Salvini aveva avvertito: «E adesso che nessuno se la prenda coi carabinieri, che hanno difeso sé stessi e dei cittadini aggrediti, facendo solo il proprio dovere».
Non è il primo caso
Quella di Olbia non è una vicenda isolata. Negli ultimi anni, altri episodi simili hanno sollevato perplessità. Solo a giugno un trentenne era morto a Pescara dopo essere stato colpito da un taser durante una rissa: l’autopsia stabilì che la causa non fu l’arma ma un trauma toracico.
Il taser, introdotto in Italia nel 2022 dopo anni di sperimentazione, è oggi in dotazione a circa 5mila operatori tra Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizie locali, ed è regolato da protocolli di addestramento e utilizzo.
Un dibattito ancora aperto
Il Sic, sindacato indipendente dei Carabinieri, ha espresso solidarietà ai colleghi indagati, sottolineando che «hanno agito con professionalità, attenendosi alle procedure operative previste».
Nel frattempo la Procura prosegue con gli accertamenti. Solo l’autopsia e gli esiti delle indagini potranno chiarire se la morte di Gianpaolo Demartis sia stata conseguenza diretta dell’uso del taser o il risultato di un quadro clinico pregresso aggravato dalla concitazione dell’intervento.
lunedì, 18 Agosto 2025 - 16:21
© RIPRODUZIONE RISERVATA














