«Mia moglie», chiuso gruppo Fb da 32mila iscritti ma spuntano altri 2 gruppi. Morace: «Misure più dure su violenza digitale»

violenza donne
di Lisa Simeone

Il gruppo Facebook “Mia moglie” è stato chiuso, i 32mila contatti – uomini in carne e ossa nascosti dietro a una tastiera e un pc – sono stati “cancellati”. Ma l’incredulità e la sensazione di sporco, malato, resta. Restano, soprattutto, le ferite di mogli e donne che – loro malgrado – hanno scoperto di essere diventate protagoniste di uno scambio perverso di foto intime e commenti sessisti. E resta lo sconcerto di chi, tra le vittime, ha riconosciuto amici o conoscenti tra i partecipanti a questa condivisione vergognosa, nascosta dietro la falsa promessa di un gruppo “segreto”.

Le immagini condivise erano di ogni tipo: scatti rubati di donne in costume da bagno, mentre cucinavano, si rilassavano sul divano, o addirittura foto intime. Tutto senza alcun consenso. Non più una dimensione privata, ma una piazza pubblica, su Facebook, dove il corpo femminile veniva esposto come merce.

La denuncia e la chiusura di Meta

Il gruppo è stato oscurato dopo un’ondata di segnalazioni, grazie alla mobilitazione dell’associazione No Justice No Peace, che da mesi conduce campagne di sensibilizzazione contro la violenza di genere online. L’organizzazione, molto attiva su Instagram con il progetto Not All Men, ha denunciato pubblicamente: «Oltre 32mila uomini hanno creato un gruppo Facebook dove condividevano foto intime delle proprie mogli senza il loro consenso, cercando approvazione e complicità in questa violenza».

L’appello ha portato a centinaia di segnalazioni verso Meta. L’azienda di Mark Zuckerberg ha quindi chiuso il gruppo per «violazione delle policy contro lo sfruttamento sessuale di adulti». Un portavoce ha spiegato: «Non consentiamo contenuti che minacciano o promuovono violenza sessuale, abusi o sfruttamento sessuale sulle nostre piattaforme. Se veniamo a conoscenza di contenuti che incitano o sostengono lo stupro, possiamo disabilitare gruppi e account e condividere le informazioni con le forze dell’ordine».

Politica e società civile: «Non un episodio isolato»

La vicenda ha scatenato reazioni forti. Roberta Mori, portavoce della Conferenza delle Donne Democratiche, ha parlato di «ennesima prova di una violenza digitale strutturale». Mori ha ricordato il caso di Gisèle Pélicot, la donna francese stuprata e filmata dal marito in un contesto nato proprio da un gruppo online simile. «Esporre corpi e vite private senza consenso è violenza. È una forma di stupro che va riconosciuta come tale. Serve un fronte comune delle istituzioni e della società civile per fermare la cultura dello stupro anche quando si manifesta online».

Sconcerto anche da parte dell’assessora regionale del Lazio, Simona Baldassarre: «Pubblicare foto intime senza consenso è reato. Dietro fenomeni come questo c’è una torsione patologica della sessualità maschile, predatoria e criminale. È necessario governare la tecnologia con progetti educativi e culturali, soprattutto tra i giovani».

La minaccia che continua

Nonostante la chiusura, nuove segnalazioni hanno evidenziato la nascita di un “gruppo di riserva” e persino l’apertura di un canale Telegram, anch’essi segnalati alla Polizia Postale. La vicenda conferma la difficoltà di arginare in modo definitivo questo tipo di abusi digitali.

Carolina Morace, europarlamentare del Movimento 5 Stelle, ha sottolineato l’urgenza di accelerare le normative europee: «Negli ultimi anni stiamo assistendo a un aumento allarmante di episodi di violenza di genere nei contesti digitali. L’Ue ha adottato una direttiva per criminalizzare il cyberstalking e la diffusione non consensuale di materiale intimo, con obbligo di recepimento entro il 2027. Ma bisogna fare presto: servono più controlli e formazione già a partire dalle nuove generazioni».

La co-portavoce di Europa Verde e esponente di Avs Fiorella Zabatta ha annunciato che sporgerà denuncia in procura e ha auspicato che «la politca tutta intervenga in maniera trasversale». «Sono andata a vedere il gruppo Facebook (Mia moglie) denunciato dalla scrittrice Carolina Capria e sono rimasta letteralmente inorridita. Migliaia di uomini che hanno postato foto e video delle loro mogli, fidanzate  e compagne a insaputa di queste povere donne e in atteggiamenti anche intimi. Con commenti terribili del tipo, ‘io me la farei’, ‘io la stuprerei’, ‘so io cosa le farei’. Questa non è goliardia – ha osservato Zabatta -, questo è stupro virtuale,  un reato punito dal nostro codice penale. Mail problema non è soltanto, è anche culturale. Queste piattaforme vanno combattute, questa idea tossica di mascolinità va combattuta, e noi dobbiamo muoverci tutti quanti:  la società civile e anche la politica.

Un fenomeno che chiama tutti in causa

La vicenda di “Mia moglie” mostra con crudezza il lato oscuro dei social network, spesso trasformati da spazi di condivisione a terreni di abuso e prevaricazione. Se da un lato la chiusura del gruppo rappresenta una vittoria, dall’altro la riapertura di pagine simili dimostra quanto sia radicato il problema.

Dietro ogni foto rubata non c’è solo una violazione della privacy, ma un atto di violenza, un’umiliazione collettiva. Un abuso che travalica i confini digitali e rischia di avere conseguenze reali sulla vita delle donne coinvolte.

venerdì, 22 Agosto 2025 - 08:35
© RIPRODUZIONE RISERVATA