«Il magistrato ha il compito di fare il killer». Bastano queste parole, pronunciate dal ministro della Protezione civile Nello Musumeci, per aprire un nuovo scontro con la magistratura e scatenare la reazione indignata anche di giornalisti e politici. L’accostamento sconcertante mette sullo stesso piano chi applica la legge e chi la infrange nel modo più violento. E così nel giro di poche ore, la frase è diventata un caso nazionale, simbolo di una distanza sempre più profonda tra il governo Meloni e la magistratura.
Musumeci, intervenendo all’Etna Forum di Ragalna, in provincia di Catania, ha denunciato quella che definisce una politicizzazione delle toghe: «La magistratura è politicizzata, è sotto gli occhi di tutti. Gran parte dei magistrati che ha fatto carriera in Italia proviene dalle file della sinistra, alcuni erano anche dirigenti delle organizzazioni giovanili». Poi l’affondo: «Ci sono decine di casi di uomini e donne della politica incriminati e sbattuti in prima pagina come mostri, accusati di chissà quante infamie, e dopo anni prosciolti perché il fatto non sussiste. Intanto la carriera politica è stata distrutta». Da qui l’immagine dei «killer», un parallelo che ha provocato lo sdegno unanime.
Le toghe hanno risposto con fermezza. L’Associazione nazionale magistrati ha definito le parole del ministro «gravi e offensive», chiarendo che «i killer sono quelli che la magistratura, insieme alle forze dell’ordine, assicura alla giustizia. Non siamo braccio armato né strumento politico: descriverci così significa non avere rispetto per le istituzioni né per la verità».
Non meno dura la presa di posizione dei giornalisti. «Il contributo di sangue pagato in Italia da magistrati e giornalisti è stato altissimo», ha ricordato Carlo Bartoli, presidente nazionale dell’Ordine. «Le parole di Musumeci sono un insulto e un segno di scivolamento verso una deriva autoritaria. Come se non esistessero criminalità organizzata e corruzione, che spesso sono state portate alla luce proprio grazie al nostro lavoro. La stampa può dare fastidio, ma è il nostro compito».
Anche la politica si è schierata compatta contro il ministro. Matteo Renzi, da Cosenza, ha attaccato: «Le dichiarazioni di Musumeci sono profondamente sbagliate. Lo dovrebbe sapere l’ex presidente della Regione siciliana, che è la terra di Falcone, Borsellino e Livatino. Definire i magistrati killer dice molto della sua scarsa intelligenza e della sua inidoneità a fare il ministro». La senatrice di Italia Viva Annamaria Furlan ha parlato di «attacco inaccettabile non solo alla magistratura, ma all’intero sistema democratico», mentre il dem Mario Giambona ha ribadito che «i magistrati hanno il compito di assicurare i killer alla giustizia, non di essere definiti tali», condannando anche l’attacco alla stampa come «sprezzante e pericoloso».
Infine, Ernesto Carbone, membro laico del Csm, ha collocato la vicenda in uno scenario più ampio: «L’Italia dell’esecutivo Meloni sta inseguendo un pericoloso concetto di democrazia, lo stesso visto negli Usa di Trump, in Israele con Netanyahu, in Ungheria con Orban. Non era mai successo». Per Carbone, quella di Musumeci «non è una gaffe, ma parte di una strategia ragionata, quasi scientifica, di delegittimazione della magistratura», motivata da «allergia al controllo» e dalla «paura di perdere un referendum che potrebbe far emergere tutte le contraddizioni di un governo che promette legalità e sicurezza, ma al tempo stesso rende difficilissimo il lavoro dei magistrati e ne mina la credibilità».
L’accostamento tra magistrati e killer, giudicato assurdo e offensivo, ha dunque compattato in poche ore magistrati, giornalisti e opposizioni. Una polemica che non si spegnerà presto e che conferma la crescente conflittualità tra politica e giustizia.
lunedì, 1 Settembre 2025 - 23:52
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