Su una cosa ha ragione Vincenzo De Luca: questa campagna elettorale, per il centrosinistra a guida Pd-5 Stelle, sarà «un percorso tormentato». A meno di 24 ore dalla presentazione ufficiale di Roberto Fico quale candidato del “campo largo” per la guida della Regione Campania, l’uscente Vincenzo De Luca fa capire chi ha in mano il boccino. Mentre Fico è costretto a organizzare in tutta fretta l’evento che segna il suo debutto nella sfida elettorale dopo la “scortesia” fatta dal Pd ai grillini, De Luca gigioneggia in una trasmissione televisiva nazionale: va ospite a La7, si siede nel salotto de “L’aria che tira” di David Parenzo in orario di punta, e spara a zero contro Fico. Spara a zero contro l’uomo che il Pd, ovvero il partito di De Luca, ha incoronato candidato governatore e traghettatore della coalizione di cui, fino a prova contraria, De Luca fa e farà parte. Fico è avvisato: ogni pagina di giornale, ogni titolo di tg rischia – da qui al voto – di essere “diviso” con l’uomo che si pone come il suo più agguerrito rivale, cioè Vincenzo De Luca. Se così fosse, l’immagine di Fico potrebbe uscirne indebolita, mentre quella di De Luca rafforzata, con sommo gaudio dello “sceriffo” che – a urne chiuse – non attende altro che far pesare il suo pacchetto di consensi sul tavolo delle trattative e della spartizione di poltrone e assessorati.
Per Fico non sarà semplice. Anche l’assenza di un programma condiviso e ancora da mettere a punto, lo rende più debole. Per ora è costretto a mere “passeggiate” di presentazione, come quella di oggi a Castellammare di Stabia al fianco del sindaco Pd Luigi Vicinanza e del segretario Pd di Napoli Giuseppe Annunziata. Incontri, strette di mano ma nulla di concreto se non allusioni alla possibile introduzione del reddito di cittadinanza o reddito di dignità come lo si voglia chiamare. La misura è storicamente stata un cavallo di battaglia dei Cinque Stelle e sarebbe anche il mezzo più scontato, per i grillini, per attrarre consensi. La carta, del resto, è stata già messa sul tavolo in Toscana, in Calabria Pasquale Tridico, pure lui esponente dei grillini e candidato per il “campo largo” di centrosinistra, l’ha già sventolata e ora si attende la Campania. Ma qui c’è un po’ di resistenza sul tema: il Pd in Campania, durante il governo De Luca, ha osteggiato il reddito di cittadinanza, lo ha aspramente criticato e quindi riproporlo rischia di screditare proprio gli interpreti del Pd, che già sono chiamati a fronteggiare i mal di pancia di tanti militanti insoddisfatti della candidatura di Roberto Fico. Poi c’è sempre De Luca, che – a differenza di tutti gli altri del Pd costretti a non sbilanciarsi troppo su questioni divisive – non ha peli sulla lingua e, fin quando il “gioco” lo renderà possibile, cannoneggia contro Fico e il Reddito. «Mica aspettavamo Fico a ricordarci che ci sono aree di povertà? In Campania abbiamo le politiche sociali più avanzate d’Italia, ma forse lui non ne è stato informato», ha detto a “L’Aria che tira”.
Quindi ha rivendicato l’operato della sua giunta, quella che lascia l’eredità politica e amministrativa al campo largo: «Da quando avevamo il Covid, da quando siamo stati gli unici a raddoppiare le pensioni minime dei nostri pensionati per due mesi; garantiamo a chi lo chiede l’assistenza dello psicologo, garantiamo un contributo per il primo nato e il secondo nato, abbiamo bonus sull’asilo nido». In sintesi, ha sottolineato De Luca, «garantiamo la povera gente ma non intendiamo fare porcherie clientelari». “Porcherie” che secondo De Luca sono state fatte con il reddito di cittadinanza e soprattutto con i navigator. «Mi aspetto che qualcuno chieda scusa per la porcheria clientelare dei navigator, che la Campania è l’unica regione a non avere adottato», ha detto.
Non sono mancate bordate al Pd. L’assist gliel’ha servito David Parenzo con domande mirate sul mancato invito a De Luca alla Festa dell’Unità e sulle critiche, arrivate soprattutto da sinistra, circa la candidatura del figlio Piero, deputato dem, alla segretaria regionale del Pd in Campania. Il cognome De Luca è pesante «per i cafoni» ma «per le persone civili no», ha osservato De Luca, sottolineando che che secondo la scuola di pensiero di chi critica il figlio per il solo cognome che porta, «mio figlio non dovrebbe fare mai politica perché non arriva mai il momento in cui viene valutato per quello che è».
«Questa si chiama barbarie, si chiama cafoneria, si chiama volgarità – ha rimarcato -. È un modo ipocrita per non pronunciarsi mai sul merito delle persone. Solo in Italia succede questo. Solo in Italia. In altri paesi ovviamente si valutano le persone». Quindi De Luca ha ricordato che in Italia «c’è una Costituzione che garantisce che ogni cittadino deve essere valutato per quello che è, con la sua persona, con le sue qualità, con le sue caratteristiche». E sulla sua “esclusione” dalla festa dell’Unità ha detto: «Da sempre i dirigenti nazionali del Pd mi gratificano di questa attenzione: mai invitare il presidente di Regione più votato d’Italia del Pd E, anche questa volta, hanno mantenuto la linea coerente della cafoneria nazionale».
Alla fine, il copione è chiaro: il centrosinistra campano marcerà a colpi di sgambetti e bordate reciproche fino al punto di non belligeranza, quello in cui l’odore delle urne imporrà a tutti di fingersi uniti. Poi, se il “campo largo” dovesse vincere, scatterà – a nostro avviso – il secondo tempo dello spettacolo: la resa dei conti. Poltrone, assessorati, quote di potere. De Luca lo sa bene e ci gioca, Fico dovrà capire (in fretta) che registro tenere. Perché il rischio, per lui, è di ritrovarsi non protagonista ma comparsa in una sceneggiatura scritta da altri.
lunedì, 8 Settembre 2025 - 18:10
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