Mimmo Jodice, l’anima metafisica di Napoli: la sua macchina fotografica contro l’indifferenza. L’addio al maestro

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Il maestro della fotografia Mimmo Jodice

Ha usato la fotografia come strumento di verità, come gesto politico e umano, come atto di giustizia verso chi non aveva voce. Mimmo Jodice non ha solo raccontato Napoli: l’ha guardata da dentro, restituendole dignità attraverso la luce. È morto ieri sera (martedì 28 ottobre), nella sua città, a 91 anni. Il maestro che fece della fotografia un linguaggio dell’anima lascia un’eredità immensa — artistica, etica, civile.

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Nato nel 1934 nel Rione Sanità, autodidatta, cominciò a fotografare negli anni Cinquanta, “mosso da una fame di immagini”. Negli anni Sessanta, tra i fermenti dell’arte concettuale napoletana e le sperimentazioni di Lucio Amelio, incontrò artisti come Andy Warhol, Joseph Beuys, Sol LeWitt, Michelangelo Pistoletto e Jannis Kounellis. Da loro imparò che l’arte poteva cambiare la percezione del reale. “Volevo che la fotografia entrasse nell’Accademia come il disegno o la scultura”, ricordava. Ci riuscì: dal 1970 al 1994 insegnò all’Accademia di Belle Arti di Napoli, fondando la prima cattedra di fotografia in Italia.

L’impegno civile e la delusione

Ma la sua non fu solo una ricerca estetica. Con la moglie Angela, compagna e militante, Jodice usò la macchina fotografica per denunciare le disuguaglianze e lo sfruttamento. Con riviste come Il cuore batte a sinistra e Fabbrica e città documentò le periferie, la povertà, i volti dimenticati. “Fotografavo per cambiare il mondo”, diceva. Poi la disillusione: “Dopo dieci anni capii che nulla stava cambiando. Mi distrusse. Per un anno non fotografai più”.

Da quella crisi nacque il suo secondo sguardo: più interiore, più sospeso. Con Vedute di Napoli (1980) la città si svuota di persone e diventa un luogo dell’attesa, metafisico, dolente e bellissimo. “Napoli è una città che non finisce mai di morire e di rinascere”, diceva.

La Napoli metafisica e il tempo sospeso

Le sue immagini — templi, statue, mari, rovine — sono luoghi del silenzio, dove il tempo si ferma per lasciare parlare la memoria. In Anamnesi e ’O Sanghe la materia si fa spirito, la storia si fa respiro.
Nel 2016 il Museo Madre gli dedicò una grande retrospettiva, Attesa 1960–2016, e nel 2023 le Gallerie d’Italia di Torino ospitarono Senza Tempo, a cura di Roberto Koch con un documentario di Mario Martone: un testamento visivo, la sua ultima dichiarazione d’amore alla fotografia.

Il riconoscimento e l’eredità

Premiato con il Feltrinelli dell’Accademia dei Lincei (2003), insignito della laurea honoris causa in Architettura dalla Federico II (2006) e del titolo di Chevalier des Arts et des Lettres in Francia, Jodice ha esposto nei più grandi musei del mondo, dal Louvre al Philadelphia Museum of Art.

Il ministro della Cultura Alessandro Giuli lo ha ricordato come “un maestro indiscusso della fotografia italiana e internazionale, un uomo di rara sensibilità che ha saputo raccontare con la luce l’anima nascosta delle città, dei volti, delle rovine, della memoria”.
Per Stefano Boeri, “con la scomparsa di Mimmo Jodice non perdiamo solo uno straordinario sguardo sul mondo, ma un intero mondo in uno sguardo celeste”.

Il sindaco Gaetano Manfredi ha parlato di “una grave perdita per Napoli”. Giovedì 30 ottobre, dalle 12 alle 16.30, la camera ardente sarà allestita al Maschio Angioino, dove di recente si era tenuta la mostra Napoli Metafisica.

Mimmo Jodice lascia un testamento di luce: un modo di guardare che è diventato coscienza collettiva. “Se fossi nato a Milano o a Zurigo non avrei fatto il fotografo”, diceva. “Non sarei sopravvissuto alla mancanza del mare”.

mercoledì, 29 Ottobre 2025 - 12:23
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