Regionali Campania, l’avvocato Borgia: «Giustizia accessibile e reti territoriali, così la Regione può fare la differenza»

borgia emilia
L'avvocato Emilia Borgia
di Manuela Galletta

Avvocato civilista, Emilia Borgia porta nella competizione elettorale delle Regionali in Campania – che la vede candidata nella lista “Fico presidente” per la circoscrizione di Caserta – una visione della giustizia radicata nella pratica quotidiana e nelle fragilità del territorio.

Il suo contributo, spiega, sarebbe quello di portare in Regione uno sguardo tecnico capace di creare connessioni tra istituzioni, servizi e comunità, soprattutto nei contesti più esposti. Se in una precedente intervista ci eravamo soffermati su temi politici e sociali, questa volta approfondiamo invece il nodo cruciale del rapporto tra sistema giudiziario e istituzioni locali, tra riforme nazionali e ricadute dirette sui cittadini.

Avvocato Borgia, quali margini ha la Regione per costruire una rete di sostegno che dialoghi con tribunali, servizi sociali e istituzioni del territorio?
«La giustizia dipende dal Governo centrale. Tuttavia la Regione può fare molto, perché può creare una rete tra enti locali, servizi sociali, assistenti sociali e associazioni. Una rete che sia in grado di garantire una collaborazione stabile, capace di intervenire in tutte le situazioni di fragilità legate agli effetti della detenzione. Penso ad esempio ai detenuti e alle loro famiglie».

Ci spieghi.
«Siamo abituati a pensare al detenuto come a una persona “tagliata fuori” dalla società, ma dimentichiamo chi gli sta accanto. Le famiglie non scontano alcuna pena, eppure subiscono conseguenze pesantissime: spesso non riescono a mantenere la casa, a sostenere le spese scolastiche dei figli, o semplicemente a rimanere integrate nel tessuto sociale. In questi casi la Regione può rafforzare i servizi sociali e sostenere, anche con incentivi, le realtà del volontariato che già lavorano con queste persone».

E per quanto riguarda il reinserimento dei detenuti, quali percorsi dovrebbero essere potenziati?
«Se diciamo, come prevede la nostra Costituzione, che la pena deve tendere alla risocializzazione, allora dobbiamo prevedere strumenti reali per renderla possibile. Una volta usciti dal carcere, molti non trovano nulla: né lavoro, né opportunità, né un percorso di reintegrazione. Per questo sarebbe fondamentale incentivare cooperative sociali e progetti dedicati, capaci di fare da “cuscinetto” tra la fine della pena e il ritorno alla vita quotidiana. Un ex detenuto non può essere condannato a restare per sempre un “delinquente”: ha diritto a una seconda possibilità, e la società deve farsene carico».

Lei ha più volte discusso sulle riforme della geografia giudiziaria e la mancanza di una visione complessiva da parte del legislatore. Quali sono le principali criticità del sistema attuale e quali effetti concreti hanno sui cittadini e sui territori?
«In Italia, purtroppo, accade spesso che chi non ha competenze legiferi su materie che conosce poco. Un esempio evidente è la geografia giudiziaria. Nel 2012 la provincia di Caserta è stata vittima di una revisione che ha completamente ignorato la complessità del territorio, uno dei più colpiti in Europa dal tasso di criminalità. Si è pensato di istituire un secondo tribunale, scelta che può essere utile se si considera l’importanza dei presidi di legalità, ma che è stata inserita in un quadro di riforme frammentate, senza una visione complessiva da parte del legislatore».

Perché sostiene che manchi una visione complessiva del sistema?
«Perché chi governa non tiene conto del ruolo essenziale degli enti locali. Sono i Comuni a dover mettere a disposizione strutture, personale, risorse. Eppure vediamo scelte amministrative che non colgono né l’importanza del presidio di legalità né l’indotto economico che una sede giudiziaria genera. La chiusura del giudice di pace di Marano ne è un esempio. I colleghi del Tribunale di Napoli Nord hanno giustamente proclamato lo stato di agitazione: un presidio di prossimità è la prima risposta di giustizia per il cittadino».

Quali conseguenze producono queste scelte sui cittadini?
«Le riforme del 2012, e quelle che ora si tenta di rivedere, hanno provocato un effetto grave: il cittadino ha iniziato a rinunciare a rivolgersi alla giustizia. Il motivo è semplice: le distanze sono aumentate, i costi anche, e raggiungere la sede giudiziaria competente è diventato troppo complicato. Così, pur pagando le stesse tasse e avendo lo stesso diritto di tutti, molti preferiscono non procedere. Ed è inaccettabile: la giustizia esiste solo se è accessibile».

Avvocato, lei vive due mondi, quello della giustizia e quello della politica: due mondi che sono spesso in conflitto, in contrasto. In che modo si può ritrovare un giusto equilibrio e un dialogo?
«Il mondo della magistratura e il mondo della politica sono due mondi assolutamente distanti e distinti e tali devono rimanere, secondo me. Ma non è questa la sede di parlare di separazione o meno di carriere. Quello che certamente bisogna fare è che il mondo politico impari a rispettare i disposti giudiziali, a non attaccare la magistratura e, nello stesso tempo, la magistratura ad essere garantista e non giustizialista. Sono due mondi che difficilmente riescono a dialogare, soprattutto adesso: l’uno si scaglia contro l’altro. Allora, noi siamo una democrazia e in una democrazia la giustizia deve funzionare come baluardo: non per l’avvocato, non per il magistrato, ma per il singolo cittadino che deve avere risposte concrete. Ed è impensabile che la politica possa asservire alle logiche economiche anche il mondo della giustizia. Non è possibile».

domenica, 16 Novembre 2025 - 15:17
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