
Le pene, considerato il rito abbreviato con il quale è stato definito il processo, sono state severe. E non solo: per un incidente sul lavoro, benché in nero, è stato riconosciuto perfino il reato di omicidio volontario, tanto è vero che la Cgil parla – a giusta ragione – di sentenza storica. Ma per i familiari delle vittime evidentemente non è stato abbastanza, al punto tale che in aula si è scatenato il caos. Momenti di tensione, oggi, nel Tribunale di Napoli in occasione della sentenza al processo sulla morte di tre giovanissimi, rimasti uccisi nell’esplosione di una fabbrica di fuochi abusiva a Ercolano, comune in provincia di Napoli.
Tutto è accaduto nell’aula 413, quando il gip Federica Giirardi del Tribunale di Napoli ha letto la sentenza del processo sullo scoppio della fabbrica abusiva avvenuto il 20 novembre 2024. Due dei responsabili della fabbrica clandestina – Pasquale Punzo e Vincenzo D’Angelo, titolari della palazzina a un piano, posta a pochi passi da una scuola dell’infanzia – sono stati condannati a 17 anni e 6 mesi ciascuno per omicidio volontario con dolo eventuale. Raffaele Boccia, fornitore della polvere da sparo usata dalle vittime per confezionare i botti illegali, ha ricevuto una pena di 4 anni.
Una sentenza dura, rarissima per un incidente sul lavoro che solitamente è inquadrato come omicidio colposo. Ma per i familiari di Samuel Tafciu, appena 18 anni e padre di una bimba di pochi mesi, e delle gemelle Aurora e Sara Esposito, 26 anni, non abbastanza. Quando il giudice ha concluso la lettura del dispostivo, l’aula è esplosa. Urla, sedie e scrivanie rovesciate. Tentativi di raggiungere gli imputati e perfino il collegio giudicante, bloccati a fatica da carabinieri e agenti di polizia. Molti parenti delle vittime hanno gridato la loro rabbia ritenendo quelle pene non congrue a quanto accadauto. «Diciassette anni di carcere non sono giustizia. Lì c’è scritto “la giustizia è uguale per tutti”, ma non è vero», ha detto Kadri Tafciu, padre del giovane Samuel, che viveva nel quartiere napoletano di Ponticelli con la compagna e la figlia piccolissima. L’uomo ha anche riferito di essere stato insultato dai familiari degli imputati, circostanza che ha contribuito a incendiare ulteriormente gli animi.
La tragedia del 18 novembre 2023
Era il pomeriggio del 18 novembre 2023 quando, in contrada Patacca, un capannone anonimo trasformato in fabbrica illegale di fuochi d’artificio è esploso all’improvviso. L’onda d’urto ha sventrato l’edificio; i corpi dei tre giovani, che lavoravano da pochi giorni senza alcun contratto, sono stati ritrovati tra le macerie. La Procura di Napoli, che ha coordinato le indagini, ha impiegato quasi una settimana per individuare il proprietario di fatto dell’immobile e ricostruire la filiera clandestina dei materiali esplosivi. Tutto avveniva in totale assenza di norme di sicurezza: nessun dispositivo di protezione, nessuna formazione, nessuna autorizzazione. Solo lavoro nero e un rischio estremo.
La sentenza che “fa giurisprudenza”
Per la Cgil Campania, che si è costituita parte civile, si tratta di un risultato epocale. Nicola Ricci, segretario generale, ha definito il verdetto «sicuramente storico perché riconosce l’infortunio mortale sul lavoro come omicidio volontario». E ha aggiunto: «Questo verdetto può rappresentare per il legislatore un precedente, non solo giuridico, ma il presupposto per ottenere la certezza della pena in contesti dove manca qualsiasi forma di sicurezza e tutela dei lavoratori».
L’avvocato Massimo Viscusi, legale della famiglia Tafciu, ha condiviso lo stato emotivo di chi ha reagito con rabbia: «Comprendo la rabbia, avevo preparato i miei clienti. È stato riconosciuto l’omicidio volontario. Secondo me c’era anche la premeditazione, che avrebbe impedito il rito abbreviato. Capisco che 17 anni non possono valere la vita di tre ragazzi. In aula è successo il pandemonio».
Della stessa linea l’avvocata Nicoletta Verlezza, legale delle sorelle Esposito: «Anche con vent’anni sarebbe successo lo stesso. Sono morti di cui dobbiamo considerarci colpevoli anche noi come società civile». La legale, tuttavia, si è detta soddisfatta della tenuta dell’impianto accusatorio: «La procura aveva chiesto il massimo. L’impianto ha retto».
La politica: “Comprensibile dolore, ma serve anche un intervento legislativo”
Sul caso è intervenuto anche Sandro Ruotolo, esponente del Partito democratico: «Le decisioni della magistratura possono essere criticate, ma vanno rispettate. Oggi però non possiamo non comprendere fino in fondo il dolore dei familiari: ‘17 anni non sono giustizia’. Quella tragedia è rimasta impressa nella memoria di tutti noi: lavoro nero, giovani che cercavano solo di lavorare. Una ferita aperta per l’intera comunità». E ha aggiunto: «Se dalle motivazioni emergerà la necessità di intervenire sul piano normativo, noi siamo pronti a farlo».
mercoledì, 10 Dicembre 2025 - 19:46
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