Domenico, la mamma: «Non c’è più speranza». E il Monaldi vara il piano della desistenza terapeutica | Il punto

di Marco Cesario

Davanti alle telecamere di “Dritto e rovescio” su Rete4, Patrizia abbassa per la prima volta le difese. Gli occhi si fanno lucidi, il volto si contrae, la voce trema. Trattiene a stento le lacrime. Per suo figlio Domenico «non c’è più speranza», dice. Dopo il “no” a un nuovo trapianto di cuore, arrivato dagli specialisti convocati dall’Heart Team del Monaldi di Napoli, per il bambino – due anni e quattro mesi – si è delineato un epilogo drammatico, carico di dolore e rabbia.

In questi due mesi, segnati anche dalle polemiche sulla mancata trasparenza dell’ospedale Monaldi, Patrizia non aveva mai ceduto davanti alle telecamere. Aveva mantenuto una compostezza che ha restituito la misura della sua forza e del suo altruismo. Quando le è stato chiesto perché continuasse ogni giorno a fare avanti e indietro dall’ospedale, quaranta minuti a tratta, e se qualcuno le avesse offerto una sistemazione più vicina, ha risposto con fermezza: «Ho altri due bambini, devono andare a scuola, devono fare la loro vita. I sacrifici li devo fare io, non loro».

Una roccia, Patrizia. Fino a quando è stato chiaro che «non c’è più speranza». Domenico è in coma. Quando la sedazione è stata sospesa per consentire all’Heart Team di visitarlo, non si è più svegliato. «Paziente non contattabile», si dice in gergo medico. L’ultima volta che Patrizia ha visto gli occhietti del suo bambino è stata la mattina del 23 dicembre, quando il piccolino è entrato in sala operatoria per ricevere il cuore nuovo che avrebbe dovuto sostituire il suo organo, che era affetto da cardiomiopatia dilatativa. Invece da quella sala operatoria Domenico è uscito in condizioni disperate perché, s’è poi scoperto tra mille silenzi, al piccolino è stato trapiantato un cuore danneggiato irrimediabilmente nella fase di espianto avvenuto a Bologna.

Il quadro clinico di Domenico è gravissimo, con organi ormai compromessi, conseguenza anche dell’uso prolungato dell’Ecmo, una terapia raccomandata per periodi non superiori a venti giorni. Domenico è rimasto collegato alla macchina per quasi due mesi, nel tentativo di condurlo a un secondo trapianto che avrebbe potuto rappresentare una riparazione a quanto accaduto il 23 dicembre tra Bolzano e Napoli, vicenda sulla quale indaga la Procura della Repubblica di Napoli. Sfinita, Patrizia ha anticipato la convocazione dell’ospedale e, tramite l’avvocato Francesco Petruzzi, ha inviato una Pec per chiedere l’avvio di un percorso di Pianificazione condivisa delle cure, con l’obiettivo di accompagnare Domenico verso un destino che appare ormai inevitabile. Poco dopo mezzogiorno ha raggiunto il Monaldi insieme al medico legale di fiducia, Luca Scognamiglio, per concordare con i sanitari il da farsi.

Si procederà con un «percorso di tipo desistivo», preferito all’interruzione immediata dell’Ecmo. Due strade diverse, ma con lo stesso esito. A spiegare la differenza è stato Mario Riccio, consigliere dell’Associazione Luca Coscioni, anestesista che nel 2006 assistette Piergiorgio Welby. «Su questa vicenda bisogna essere chiari e non ipocriti – ha osservato –. Il bambino in questi due mesi è stato sicuramente già sedato, quindi non si tratta di cure palliative ma di una decisione di tipo etico. Il bambino arriverà comunque alla morte, che purtroppo è il suo destino, e questo può avvenire in due modi: il primo è l’interruzione dell’Ecmo, il macchinario che lo tiene in vita; se si spegne la macchina, il bambino muore nel giro di pochi secondi. Il secondo è un percorso desistivo, la cosiddetta desistenza terapeutica: si comincia a ridurre la terapia, la quantità di ossigeno, l’alimentazione, il lavoro delle macchine, e pian piano il fisico del bambino si spegne fino all’arresto cardiaco».

«L’ipocrisia sta nel far finta che questi due percorsi portino a obiettivi diversi – ha aggiunto Riccio –. In realtà l’obiettivo è lo stesso: portare alla morte del bambino. L’Ecmo è una terapia meccanica e, come le altre terapie intensive, può essere interrotta immediatamente oppure ridotta progressivamente». In conclusione, «cambia il tempo, non l’esito finale».

venerdì, 20 Febbraio 2026 - 19:37
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