Il Csm nomina Filippelli procuratore di Campobasso: dal “modello Ercolano” alla guerra agli inni neomelodici dei clan

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Il magistrato Pierpaolo Filippelli
di Manuela Galletta

In un periodo in cui le collaborazioni con la giustizia si moltiplicavano e le grandi inchieste antimafia prendevano forma attorno ai racconti dei pentiti, che fossero testimoni diretti dei fatti o semplici collettori di vicende apprese da altri, da Torre Annunziata prima e da Ercolano poi arrivavano provvedimenti che seguivano un’impostazione diversa. Prima c’era spazio per intercettazioni, appostamenti, riscontri, pedinamenti e ricostruzioni investigative; soltanto in coda si leggevano le dichiarazioni dei pentiti, che non erano più la struttura portante dell’indagine, ma l’ultimo tassello di un percorso investigativo già definito. Come uno spillo prezioso su un abito: capace di valorizzarlo, ma non di sostenerlo.

Le richieste di arresto, poi sempre tradotte in ordinanze di custodia cautelare, raccontavano già allora il metodo di lavoro del pubblico ministero antimafia Pierpaolo Filippelli. Lo stesso magistrato che, in silenzio e a testa bassa, affiancato da una manciata di carabinieri ostinati e instancabili, è riuscito negli anni a scardinare gli immarcescibili sistemi di potere criminali di Ercolano e a restituire fiducia a una comunità che per decenni è rimasta sopraffatta dalla soffocante legge dei clan.

Oggi Filippelli raccoglie il riconoscimento di un percorso professionale costruito con lo stesso approccio che lo ha contraddistinto fin dagli inizi. Il Consiglio superiore della magistratura lo ha nominato procuratore della Repubblica di Campobasso, recependo le indicazioni della Quinta Commissione. Una nomina arrivata all’unanimità, circostanza tutt’altro che frequente.

Cinquantotto anni, Filippelli è entrato in magistratura alla fine degli anni Novanta. I primi incarichi lo hanno visto impegnato a Catania, tra reati contro la persona e il patrimonio, criminalità economica e misure di prevenzione. Nel 2004 l’approdo alla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, con l’assegnazione all’area stabiese-oplontina. Da lì, inchiesta dopo inchiesta, il progressivo avvicinamento ai principali scenari criminali dell’area metropolitana.

Quando le sue indagini si concentrarono sulla città degli Scavi, Ercolano era uno dei simboli del potere camorristico più pervicace nell’area vesuviana. Il racket delle estorsioni soffocava le attività economiche, la paura scandiva la vita quotidiana, le denunce erano rarissime mentre gli omicidi di camorra continuavano a scandire il ritmo della città. Nel 2001 la città aveva già attraversato la prima, profonda guerra di camorra tra i Birra e gli Ascione. In quegli anni ne stava vivendo una seconda, a cui nel 2007 si sarebbe aggiunta una terza ondata di scontri. Un contesto in cui la paura era totale e la sfiducia nelle istituzioni altrettanto radicata. Arrivarono i primi importanti arresti, ma per abbattere quel muro di paura entrata non solo nelle case ma nella quotidianità delle persone, l’azione repressiva non era sufficiente. Serviva altro. Attorno alle indagini si costruì un percorso più ampio, fatto di incontri riservati con operatori economici e cittadini, di rapporti di fiducia conquistati lentamente e di una rete istituzionale che coinvolse magistratura, forze dell’ordine, amministrazione comunale, parrocchie, scuole e associazioni. Un percorso in cui giocarono un ruolo determinante il pm Filippelli e un gruppo ristretto di carabinieri, ostinati e abituati al lavoro sul campo, che affiancarono stabilmente l’attività investigativa. Nacque tra le forze del bene un’alleanza straordinaria, che ha compiuto il miracolo chiamato oggi “modello Ercolano”.

Ma in quella stagione Filippelli non si limitò a colpire i vertici dei clan Birra-Iacomino e Ascione-Papale. Fu anche tra i primi magistrati a individuare e contrastare il ruolo della comunicazione e della narrazione criminale nel rafforzamento del consenso mafioso: il magistrato intervenne infatti contro alcune forme di propaganda camorristica veicolate attraverso la musica neomelodica.

Tra i casi più noti c’è quello che ha coinvolto Nello Liberti, nome d’arte di Aniello Imperato, autore del brano ‘O capoclan. Per la Procura, quella canzone rappresentava un vero e proprio inno alla camorra e ai suoi metodi, compreso l’omicidio dei rivali. Il “capoclan” raccontato nel testo non sbaglia mai e, quando sbaglia, lo fa soltanto “per necessità”. Una narrazione che, secondo l’accusa, finiva per trasformarsi in una forma di esaltazione del potere criminale.

Le indagini individuarono nel destinatario di quell’omaggio Vincenzo Oliviero, detto “Papà buono”, storico esponente del clan Birra morto nel 2007. Secondo gli inquirenti, nel videoclip comparivano anche familiari e affiliati che interpretavano se stessi. Emersero inoltre i collegamenti con Radio Ercolano, emittente abusiva riconducibile allo stesso Oliviero e utilizzata, secondo le ricostruzioni investigative, anche come strumento di comunicazione del clan.

L’esperienza maturata a Ercolano ha segnato il salto a procuratore aggiunto. Nel 2015 Filippelli è approdato a Torre Annunziata con i gradi del procuratore aggiunto: qui ha coordinato importanti indagini sull’ecocriminalità e sui reati ambientali lungo la fascia costiera. Successivamente il ritorno a Napoli, ancora come procuratore aggiunto, fino alla nomina arrivata nelle scorse ore. L’ufficio giudiziario di Campobasso era rimasto vacante dopo il trasferimento del procuratore Nicola D’Angelo alla guida della Procura di Benevento.

mercoledì, 24 Giugno 2026 - 20:57
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