Sarebbe potuto morire un innocente lunedì pomeriggio, 29 giugno. Un bambino, un padre, una madre di famiglia. Un turista. Sarebbe potuta morire una qualsiasi persona perbene che avesse avuto la sfortuna di passeggiare in uno dei luoghi più frequentati di Napoli, dove la criminalità e una mentalità violenta continuano a fare il bello e il cattivo tempo.
Sarebbe potuto morire un innocente. E sarebbe potuto accadere nello stesso angolo di mondo dove, il 26 maggio 2009, venne ucciso Petru Birladeanu, il giovane musicista romeno raggiunto da un proiettile vagante esploso durante una “stesa” mentre, fisarmonica sulla spalla, passeggiava con la moglie.
Diciassette anni dopo, a pochi metri dalla stazione della Cumana in piazzetta Montesanto, la storia si è – nella sostanza – ripetuta. Le telecamere di videosorveglianza, pubbliche e private, hanno ripreso da più angolazioni l’inferno urbano scatenato da un manipolo di persone, che ha costretto i passanti alla fuga e, a un certo punto, i commercianti ad abbassare le saracinesche e barricarsi nei negozi: qualcuno scaraventa a terra uno scooter parcheggiato, un altro lo colpisce con un cassonetto di plastica verde dei rifiuti e poi lo prende a calci. Tutto questo mentre un uomo, con pantaloncini e una t-shirt verde chiaro, viene alle mani con altre persone e si ritrova la maglietta ridotta a brandelli: strappata sul davanti, completamente lacerata sulla schiena. Poi le urla. Sulla scena compaiono anche donne che in qualche modo partecipano alla colluttazione. Infine arrivano gli spari, partiti da una pistola.
E con essi l’immagine più agghiacciante di questa storia: un giovane vestito di nero scende in strada e, con assoluta naturalezza, imbraccia un Kalashnikov e passeggia come nulla fosse in quel pezzo di terra teatro della rissa. Lì in quel frame è racchiuso il messaggio più avvilente e inquietante di quanto accaduto: «Adesso comando io». Una manifestazione brutale di forza, un’esibizione di dominio del territorio che suona come uno schiaffo in pieno volto alla città, alle istituzioni. È una voragine nell’immagine della Napoli che si racconta al mondo come capitale del turismo e dell’accoglienza e, invece, dietro questa cartolina nasconde zone del centro città e quartieri di periferia che continuano a essere lasciati soli, senza che si riesca a estirpare la malapianta della camorra, della criminalità.
In quella immagine c’è l’antistato che detta le regole e impone il proprio ordine criminale. C’è l’antistato che è convinto che il territorio gli appartenga perché chi ne ha il potere, il dovere e le competenze fa fatica ad affermare modelli positivi in grado di contrastare la logica della sopraffazione.
Nella storia di Montesanto lo Stato ha risposto subito dopo. Dopo le polemiche. Dopo che quelle immagini sono diventate virali, mostrando plasticamente come esistano pezzi di città nei quali il controllo del territorio è solo un’illusione e dove le istituzioni, nelle loro diverse articolazioni, non sono ancora riuscite a curare una ferita che continua a infettarsi. Nella serata di ieri la Polizia di Stato ha eseguito tre decreti di fermo emessi dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, dimostrando che la risposta investigativa – almeno quella – è tempestiva ed efficace. Agli indagati vengono contestati, a vario titolo, i reati di rissa, detenzione e porto abusivo di arma da fuoco e spari in luogo pubblico, aggravati dalle modalità mafiose. Gli agenti hanno, inoltre, trovato e sequestrato un fucile mitragliatore da guerra AK-47 Kalashnikov, con doppio caricatore rifornito, probabilmente lo stesso del video choch: era occultato sotto un’autovettura parcheggiata a poca distanza dal luogo della rissa.
Ma la risposta investigativa, da sola, non può bastare. La camorra esiste ancora. Esiste la mentalità criminale. E il lasciare andare condanna la città a rivivere all’infinito lo stesso incubo. Così, a piazzetta Montesanto, le lancette sembrano essersi fermate al 26 maggio 2009. Come se la morte di Petru Birladeanu e l’indignazione che travolse la città non avessero insegnato nulla. Quel pezzo di terra ha continuato a essere terra di nessuno. O, peggio ancora, terra di chi sente lo Stato così debole da poter passeggiare indisturbato con un AK-47 e decidere chi comanda. È questa l’offesa più grande e intollerabile che una città possa subire. Un’offesa ancora più dolorosa per chi ha perso un proprio caro, vittima innocente della criminalità: chi ha conosciuto quel dolore spera solo che nessun altro debba vivere la loro stessa perdita.
Invece il ripetersi di episodi come questo, dalle conseguenze più o meno gravi per chi si trova suo malgrado coinvolto, trasformano il cordoglio, la solidarietà, le promesse in un rito sterile che si ripete ogni volta senza che nulla cambi davvero. E quella tracotante passeggiata con l’AK-47, dopo interminabili minuti di violenza e devastazione senza che nessuno intervenisse, racconta purtroppo quanto sia ancora lunga la strada da percorrere perché la sicurezza diventi concreta e non soltanto un auspicio.
mercoledì, 1 Luglio 2026 - 19:51
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