«La decisione della Corte europea deve servire affinché una donna vittima non si ritrovi più davanti a parole del genere scritte da un magistrato». Audrey Ubeda, 42 anni, cittadina francese residente in Campania, tira un mezzo sospiro di sollievo. La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, alla quale si era rivolta contestando la mancata adeguata tutela da parte delle autorità giudiziarie italiane in una vicenda di violenza domestica, ha condannato l’Italia per la gestione del suo caso, ritenendo che il procedimento non sia stato accompagnato da un’indagine tempestiva, approfondita ed efficace, come previsto dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. L’Italia dovrà pagare, a titolo di risarcimento del danno morale, 15 mila euro ad Audrey Ubeda e di altri 15 mila euro a ciascuno dei suoi due figli, oltre a 15 mila euro complessivi per le spese legali. «Intendo devolverne una parte a una associazione del territorio che mi ha sostenuto. E non smetterò mai di impegnarmi a favore delle donne», ha detto la donna.
Nel mirino della decisione della Cedu sono finite anche le motivazioni con cui, nella fase iniziale dell’inchiesta, era stata avanzata nel novembre 2021 una richiesta di archiviazione poi respinta dal gip. In quelle valutazioni, a firma di un pubblico ministero donna, alcuni episodi denunciati da Audrey Ubeda, madre di due figli minori, erano stati letti con formule che la Corte ha ritenuto incompatibili con gli standard di tutela delle vittime. Per dirne una: la 42enne aveva accusato l’ex compagno di averla aggredita puntandole un coltello alla gola. Quell’episodio è stato liquidato dalla pm come uno «scherzo di cattivo gusto». In un altro passaggio della richiesta di archiviazione, la pm aveva sminuito la denuncia di abusi sessuali spiegando che «è normale che gli uomini debbano superare un minimo livello di resistenza che ogni donna tende a opporre quando è stanca della vita quotidiana e un uomo le fa avance sessuali». Queste usate dalla pm che per prima si occupò del caso, per i giudici di Strasburgo sono espressioni che riflettono una «cultura sessista e stereotipata» ancora presente in alcuni procedimenti, tale da produrre una «vittimizzazione secondaria» nei confronti di chi denuncia.
La sentenza interviene anche sulla durata dei procedimenti. Sul piano penale, l’inchiesta è stata giudicata “inefficace” per i ritardi accumulati nel tempo. Solo dopo il rigetto della richiesta di archiviazione da parte del gip e l’assegnazione del fascicolo alla pm Maria Colucci, il procedimento è arrivato a processo, con la condanna dell’imputato in primo grado a quattro anni e sei mesi di reclusione. L’uomo è oggi libero in attesa dell’appello. Criticità sono state ravvisate anche sul fronte civile: il Tribunale per i minorenni ha impiegato oltre tre anni per revocare la responsabilità genitoriale dell’ex compagno, nonostante le ripetute denunce di violenza domestica.
Oggi Audrey Ubeda vive nel Salernitano con i due figli, di 15 e 12 anni. La sentenza della Corte europea le restituisce un senso di giustizia, ma non cancella le cautele con cui continua a convivere. «Oggi mi sento rinascere: questa è una vittoria di tutte le donne e spero che possa servire a evitare che accada ancora qualcosa del genere». Resta però un nodo che continua a preoccuparla. «È grave che non sia mai stata disposta alcuna misura di allontanamento nei confronti di quell’uomo, che in teoria potrebbe avvicinarci quando vuole, nonostante il mio fosse un caso da Codice rosso». Per questo la quotidianità è ancora scandita da piccoli accorgimenti: «Cerchiamo di non farci trovare. Mio figlio quindicenne evita i social e io porto avanti il mio impegno contro la violenza sulle donne in modo discreto, facendo molte cose ma lontano dai riflettori». Nonostante tutto, Audrey Ubeda dice di non aver perso fiducia nella giustizia. «Ho sofferto, ma ho incontrato anche persone come la pm Maria Colucci, che si è occupata del mio caso in una fase successiva con grande determinazione».
lunedì, 6 Luglio 2026 - 11:33
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