Commercianti strozzati dal pizzo: costretti a pagare la ‘tassa’ a due clan
E qualcuno ha chiuso per disperazione

di Dario Striano

Costretti a pagare il pizzo a due clan diversi. Due clan in lotta. Costretti persino a chiudere i battenti della propria attività, se gli incassi non consentivano di soddisfare le pretese delle sanguisughe della camorra. Gli anni più duri di commercianti e imprenditori del comune di San Giorgio a Cremano sono stati gli anni dell’inizio delle ostilità tra gli Abate e l’ala scissionista dei Troia. Con i primi chiamati a difendere il proprio ‘nome’ e la ‘cassa’, e i secondi impegnati a rosicchiare lembi di terra per ritagliarsi un proprio regno e far dispetto ai vecchi capi. «Dovete pagare pure a noi… Adesso a San Giorgio ci stanno anche altre persone», era l’ordine che arrivava dalle fauci della camorra strozzina targata Troia. E guai a protestare. Guai a spiegare che «già paghiamo agli Abate», o che i soldi guadagnati con sudore e sacrificio non sono abbastanza per saziare il ventre nero, nero di veleni e crimini, della malavita. L’aut l’aut che spegneva ogni timida obiezione era chiaro e sintetico: «O pagate pure a noi o chiudete».

La foto impietosa dell’inferno vissuto da commercianti e imprenditori è scattata dall’inchiesta che poche settimane fa ha azzerato il clan Troia, portando all’arresto di 37 persone. Agli atti c’è la testimonianza di chi s’è trovato stretto nella morsa dei due clan in lotta. C’è la testimonianza di Vincenzo Vaccaro, gestore di macchine videopoker, finito al cospetto del boss Ciro Troia detto gelsomino nel 2006. C’è la testimonianza di un uomo che ha tentato invano di evitare di dissanguare la propria società per arricchire i clan. Al cospetto del ‘nuovo’ boss ci finì insieme al cugino omonimo, suo socio in affari. L’incontro fu voluto dal ras e si svolse all’interno di un garage non lontano dall’abitazione del malavitoso. «Voi a chi li state dando i soldi visto che qui non siete mai venuti?», fu la domanda del camorrista. All’epoca Vaccaro corrispondeva già la tassa della tranquillità agli Abate, a Bruno Abate, versandola in occasione di Natale, Pasqua e Ferragosto, e l’uomo non ne fece mistero al suo interlocutore. Anche perché sperava, in tal modo, in un passo indietro di Troia. E, invece, la reazione fu rabbiosa: «Quello è un’altra cosa qua stiamo pure noi e se vuoi continuare a mantenere le macchinette, devi pagare pure a noi…altrimenti le macchinette le togli». Inutile anche il tentativo dello zio di Vincenzo Vaccaro, Antonio, di parlare in prima persona con ‘Gelsomino’. «Mio zio Antonio parlò con Ciro ‘gelsomino’ alla mia presenza ed il discorso assunse toni meni accesi rispetto all’incontro precedente. Mio zio Antonio fece capire a Ciro Gelsomino che i soldi agli Abate li stava dando e pertanto poteva fargli un regalo di egual misura, cioè dandogli 2.500 euro», ha ricordato Vaccaro ai pm. Inutile persino la richiesta avanzata a Bruno Abate di scalare una rata dal ‘pizzo’ perché ora si doveva pagare pure ai Troia. La camorra non fa sconti.

giovedì, 14 dicembre 2017 - 21:35
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