Giugno, la strage degli innocenti
Ecco i martiri da non dimenticare

Silvia Ruotolo, uccisa da un proiettile vagante l'11 giugno del 1997
di Serena Finozzi

Giovanni, Nicola, Marco, Maurizio, Salvatore, Silvia, Antonio, Francesco e ancora Giovanni, Mario, Andrea. Sono padri e madri di famiglia, sono figli, fratelli, amici. Uomini e donne uccisi dalla criminalità. Qualcuno è morto da eroe, nell’esercizio del suo lavoro. Qualcun altro è stato colpito da un proiettile vagante. E’ la strage degli innocenti che hanno perso la vita a giugno in Campania, un mese carico di anniversari funesti, di date che devono continuare a risuonare nella memoria collettiva.

Salvatore, Silvia, Maurizio e Andrea:
uccisi da un proiettile vagante
Morire per errore, per caso; finire sulla linea del fuoco del regolamento di conti tra clan. Così è morto Salvatore Squillace: era una domenica mattina, il 10 giugno del 1984. Salvatore aveva 28 anni. Era a Marano, al bar con un amico, quando ci fu la sparatoria. Obiettivo dei killer legati ai Bardellino era Ciro Nuvoletta, fratello dei boss Lorenzo ed Angelo. Dopo l’agguato, il commando si diede alla fuga inseguito dai Nuvoletta: ne nacque un conflitto a fuoco. Salvatore fu raggiunto alla tempia da un proiettile. Morì dopo sei giorni di coma. Di anni ne aveva 39 Silvia Ruotolo quando rimase uccisa in Salita Arenella l’11 giugno del 1997. Tornava a casa con il figlio. Ad aspettarla, sul balcone, c’era Alessandra, 10 anni, oggi assessore al Comune di Napoli. All’improvviso gli spari: Silvia fu uccisa, un altro passante rimase ferito. L’obiettivo dei sicari era Salvatore Raimondi, affiliato al clan Cimmino, rivale degli Alfieri. Ancora per mano della camorra, nel sanguinario contesto della prima faida di Scampia, perse la vita Maurizio Cernacchiaro, 38 anni quando il 28 maggio del 2000 fu colpito da un proiettile che lo avrebbe portato alla morte il successivo 9 giugno. L’omicidio al rione don Guanella: i colpi di pistola erano destinati a Ciro Velardo, affiliato dei Sarno. Autori ignoti, caso archiviato. Così è stato deciso nel 2015 dagli organi inquirenti in relazione all’assassinio di Andrea Nollino, 49enne morto a Casoria il 26 giugno del 2012, raggiunto da un proiettile vagante. Era mattina, Andrea aveva appena aperto il bar che gestiva insieme al fratello. Fu freddato all’esterno del locale, lasciando la moglie Antonietta e i figli di 17, 16 e 4 anni.

 

 

Gli imprenditori finiti nel mirino
della criminalità organizzata
Tentativi di ribellarsi al pizzo, ‘sgarri’ o ‘messaggi’ da far arrivare a terzi: tra le vittime innocenti della criminalità c’è anche chi ha pagato con la vita rapporti di parentela o, ancora, chi è stato ‘sacrificato’ perché la sua morte fosse un monito per tutti quanti avevano immaginato di potersi sottrarre alle leggi del clan. Due i colpi di fucile esplosi contro Mario Diana: 49 anni, imprenditore nel settore dei trasporti, Mario, il 26 giugno del 1985, era all’esterno di un bar di Casapesenna. In due gli si avvicinarono, lo chiamarono per nome e fecero fuoco. Un killer mirò al torace, l’altro alla tempia. Per 20 anni la vedova di Mario, Antonietta, e i loro 4 figli hanno atteso il corso della giustizia. Mario Diana si era ribellato al clan dei Casalesi e alla loro legge del pizzo. Un cognome pesante quello di Antonio e Francesco Graziano, zio e nipote, assassinati l’11 giugno del 2004 a San Paolo Belsito. Gestivano alcuni supermercati in provincia di Avellino ma, soprattutto, erano imparentati con l’omonima famiglia camorristica di Quindici. Bersagli più ‘facili’ dei parenti: questa, per gli inquirenti, la ragione per la quale Antonio e Francesco vennero uccisi nel giugno di 14 anni fa.

Il sacrificio degli eroi in divisa
Nel nome della giustizia, onorando la divisa che indossavano, morirono Giovanni Pepe (1 giugno 1982), Giovanni De Giorgi (15 giugno 1993), Nicola Sammarco (5 giugno 2005) e Marco Pittoni (6 giugno 2008). Pepe era un carabiniere di Calvi Risorta. Aveva 40 anni quando, in servizio a Lucito (Campobasso), venne ucciso da un malvivente poi condannato all’ergastolo. Sette i colpi di pistola esplosi contro il 40enne dall’unico uomo fermato per un furto d’auto. L’omicidio all’interno della sede del comando dell’Arma dove Giovanni era rimasto con il fermato mentre i colleghi si erano messi sulle tracce dei complici del furto. L’assassino, insieme agli altri malviventi, fu fermato cinque giorni dopo il delitto. Giovanni era marito di una 33enne e padre di due figli di 13 e 8 anni. Avrebbe compiuto 23 anni pochi giorni dopo Giovanni De Giorgi ma morì il 15 giugno del 1993 nel corso di una sparatoria successiva ad una rapina. Era un carabiniere libero dal servizio al momento dei fatti avvenuti a Cesa. Ferito gravemente, Giovanni riuscì comunque a fare fuoco colpendo a morte uno dei banditi e ferendone un altro. Giovanni morì, ma i malviventi furono arrestati e la refurtiva recuperata.
Sempre nel Casertano, a Casapesenna, rimase ucciso Nicola Sammarco. Contro la guardia giurata di 59 anni – che aveva appena finito il turno di lavoro – furono esplosi nove colpi. Pochi giorni prima Nicola aveva subito una rapina: in due, armati di fucile a canne mozze, lo avevano derubato della pistola e dell’auto. Ufficiale dei carabinieri, Marco Pittoni fu ucciso a Pagani il 6 giugno del 2008. In servizio, si trovava in un ufficio postale quando in tre fecero irruzione nel locale. Esplosero alcuni colpi di pistola, Marco non reagì al fuoco per non mettere a rischio la vita dei presenti. Pochi giorni dopo furono arrestate 4 persone tra cui un minorenne, figlio di un affiliato al clan Gionta di Torre Annunziata, riconosciuto come l’autore materiale del delitto.

martedì, 19 giugno 2018 - 12:49
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