Togliere i figli minorenni ai mafiosi, il Csm chiede una legge ad hoc. Reggio Calabria e Napoli, i modelli che hanno fatto scuola

La procura di Napoli
di Manuela Galletta

La strada l’ha tracciata la magistratura di Reggio Calabria. Napoli l’ha seguita a ruota, seppur con qualche distinguo. E alla fine pure i giudici e i pm di Catania hanno raccolto la sfida dei colleghi di alzare l’asticella della lotta alla criminalità organizzata. I provvedimenti dell’autorità giudiziaria con i quali, ancora prima di sentenze penali di condanna, si sottraggono figli minorenni a personaggi inseriti nel mondo delle cosche non sono più una novità. Ma tra pochi mesi – e qui sta la rivoluzione – ad adottare iniziative che irrompono nel menage familiare dei malavitosi sconvolgendolo e distruggendolo potrebbero essere tutte le procure italiane. E non sulla scorta di valutazioni personali. Bensì per via di una legge vera e propria che disponga la perdita della patria potestà laddove si accerti che i figli minorenni partecipino agli affari illeciti, o comunque sia vengano indottrinati ai (dis)valori mafiosi.

Il Consiglio Superiore della magistratura ha infatti sollecitato il legislatore a mettere mano al codice penale, chiedendo l’introduzione della pena accessoria della decadenza dalla potestà genitoriale per i condannati per i reati associativi di tipo mafioso, quando coinvolgono i loro figli. L’atto di indirizzo è contenuto in una risoluzione messa a punto dalla Sesta Commissione e che martedì 31 ottobre sarà discussa dal plenum di Palazzo dei marescialli.

Tra i destinatari i presidenti di Senato e Camera, la Commissione parlamentare antimafia e il ministro della Giustizia. La delibera prende le mosse dalle esperienze dei tribunali per i minorenni del Sud (in testa Reggio Calabria, Napoli e Catania), che di fronte a famiglie mafiose che inseriscono sin da piccoli i loro figli nelle dinamiche criminali dei clan, hanno adottato provvedimenti di decadenza o limitazione della potestà genitoriale, e hanno allontanato i minori da quell’ambiente ad alto rischio per il loro sviluppo psico-fisico, affidandoli a strutture poste al di fuori della regione di provenienza. Una linea che il Csm condivide, ritenendo le famiglie mafiose «maltrattanti» per i loro figli al pari di quelle dove c’è un genitore tossicodipendente o che usa violenza fisica: provvedimenti di decadenza genitoriale sono un’extrema ratio, scrivono i consiglieri, ma possono diventare indispensabili per «proteggere il minore dal pregiudizio che gli deriva dalla violazione del suo diritto a essere educato nel rispetto dei principi costituzionali e dei valori della civile convivenza». Palazzo dei marescialli sollecita il potenziamento degli strumenti a disposizione dei giudici minorili e sottolinea la necessità che i provvedimenti che incidono sulla potestà genitoriale siano accompagnati da prescrizioni e progetti di recupero che – almeno in prima battuta- coinvolgano l’intero nucleo familiare.

venerdì, 27 ottobre 2017 - 11:18
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