Pd, Bassolino lascia il partito
I renziani restano indifferenti
Mdp esulta: ti aspettiamo

di Manuela Galletta

Alla fine se n’è andato. Tra i sospiri di sollievo di chi già da mesi provava a tirarlo dalla propria parte, e una scrollata di spalle da parte di chi ha incassato il benservito. Antonio Bassolino, un ventennio sulla scena politica di Napoli e altrettanto nel centrosinistra, ha lasciato il Partito Democratico. L’addio s’è consumato tramite Facebook, tramite quel social network che l’ex sindaco di Napoli ed ex Governatore della Campania ha usato abilmente nell’ultimo anno per randellare tanto il primo cittadino arancione Luigi De Magistris quanto i suoi, ormai ex, compagni di partito.

«Non ho rinnovato la tessera del PD e dunque per la prima volta nella vita mi ritrovo senza un partito», scrive Bassolino. Che però potrebbe presto trovare un tetto. In casa Mdp gli hanno già aperto le porte. A volerla dire tutta, il gruppo di Bersani e Speranza – nato proprio dalla scissione dal Pd – ha iniziato a corteggiare l’ex Governatore mesi addietro. E l’affinità elettiva pare essere reciproca: lo scorso 30 settembre Bassolino ha fatto la parte del leone alla festa a Napoli di Mdp, è salito sul palco – pur portando in tasca la tessera del Pd – e s’è lanciato in un discorso che ha strappato scroscianti applausi in platea. Invece, alla conferenza programmatica del Pd, tenutasi a Pietrarsa dal 27 al 29 ottobre, non s’è presentato. Chiaro segnale che lo strappo – apertosi con le primarie interne al partito per la designazione del candidato sindaco di Napoli – s’era ormai consumato. L’addio andava solo formalizzato. E Bassolino l’ha comunicato nella tarda serata del primo novembre con un post su Facebook che, al contempo, traccia la rotta della destinazione dell’ex sindaco: «Sono una persona di sinistra e spero che si possa costruire una casa comune della sinistra e un nuovo e largo centrosinistra».

Bassolino lascia, il Pd renziano resta indifferente

L’addio di Bassolino, dicevamo, era nell’aria. Tanto che all’interno del Pd non sono apparsi sorpresi. Anzi, a volerla dire tutta l’uscita di scena di Antonio Bassolino è scivolata nel silenzio, nell’indifferenza generale dei vertici del Pd. Gli stessi vertici che hanno di fatto chiuso la porta a Bassolino nella primavera del 2006, quando il Pd è stato chiamato a scegliere il candidato sindaco da opporre a Luigi De Magistris nelle elezioni amministrative poi conclusesi con la riconferma dell’ex pm ‘arancione’. Bassolino, è storia nota, voleva rimettersi in gioco. E s’è battuto per conquistare i voti necessari a presentarsi alla competizione ufficiale. I renziani, invece, gli hanno opposto Valeria Valente, parlamentare, che di Bassolino era stata la pupilla. Una scelta dal sapore della chiara sfida personale. Una scelta che ha logorato anche i rapporti tra Bassolino e la Valente. Alla fine l’ha spuntata la Valente, volando sopra scenari di (presunti) brogli (indimenticabile la storia delle monetine fuori ai seggi ‘regalate’ agli elettori) e una montagna di ricorsi che Bassolino ha inutilmente presentato alla commissione di garanzia del Pd, ma poi schiantandosi all’ultima curva contro l’onda arancione di Luigi de Magistris.

I rapporti tra Antonio Bassolino e il Pd, quello che lui – con fierezza e rabbia ricorda di aver contribuito a fondare – sono cambiati allora. E l’idillio non è più tornato a splendere. Bassolino, a dire la verità, le ha provate tutte. Prima usando toni paternalistici di reprimenda nei confronti del suo Pd, poi salendo in cattedra e usando la bacchetta in malo modo nei confronti dei suoi compagni. Ogni occasione è diventata buona per contestare il suo Pd. Per contestare la sua carenza di contenuti. Sino alla bordata finale sulla scelta di porre la fiducia sul Rosatellum bis e di mettere in discussione il ruolo di Ignazio Visco alla guida di Bankitalia. Lui ‘urlava’ e il suo partito restava in silenzio. O meglio, sembrava ignorarlo. Mai nessuna replica alle sue pure dure accuse. Il che ha fatto ben capire che Antonio Bassolino non fosse più gradito all’interno del Pd, tanto quanto lui non si sentiva più di casa nel partito. L’addio, dunque, era inevitabile. La porta di Mdp è già aperta.

giovedì, 2 novembre 2017 - 17:05
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