Faida di Scampia, ergastoli cancellati agli Amato-Pagano: sconto di pena per tutti Assolti solo i due fratelli Abbinante

Il boss Cesare Pagano
di Manuela Galletta

Alzare la mano e confessare. O meglio, recitare la sintetica e asettica formula «ammetto l’addebito», quella che in buona sostanza è un’ammissione di responsabilità rispetto ai fatti contestati ma ti solleva dall’incombenza di dover spiegare come andarono i fatti e quante altre persone fossero coinvolte. Alzare la mano e confessare. Anche in zona Cesarini, anche quando c’è già stata una condanna di primo grado, anche quando per un processo intero si è messa in discussione la tesi accusatoria. Alzare la mano e confessare per ottenere le attenuanti che abbattono la condanna all’ergastolo, riducendola a 30 anni di reclusione. L’exit strategy processuale dei boss della camorra, tanto contestata dalla procura della Repubblica di Napoli ma di fatto sempre valevole in secondo grado, centra nuovamente l’obiettivo. Questa volta accade al processo di secondo grado sul duplice omicidio di Fulvio Montanino e Claudio Salierno, l’agguato dell’ottobre del 2004 che sancì di fatto l’inizio della guerra tra i Di Lauro (con a capo il nuovo reggente Cosimo Di Lauro) e l’ala scissionista guidata dagli Amato-Pagano. Poco dopo mezzogiorno, i giudici della seconda sezione della Corte d’Assise d’Appello di Napoli hanno ritenuto i boss che hanno ammesso l’addebito (sei lo fecero in primo grado, altri sei l’hanno fatto solo nell’udienza del 4 maggio) meritevoli di beneficiare delle attenuanti. E le attenuanti hanno prodotto la cancellazione del carcere a vita. Tradotto in numeri, la Corte ha condannato a 30 anni di reclusione i boss Cesare Pagano (capo degli Amato-Pagano; difeso dagli avvocati Emilio Martino e Domenico Dello Iacono), il nipote Carmine Pagano (difeso dall’avvocato Luigi Senese), Arcangelo Abete (difeso dagli avvocati Luigi Ferro e da Edoardo Cardillo; imputato in un altro procedimento come mandante dell’omicidio del tatuatore Gianluca Cimminiello, vittima innocente della barbarie della camorra), Antonio Della Corte, Angelo Marino, Gennaro Marino (difeso dagli avvocati Saverio Senese e Domenico Dello Iacono), Ciro Mauriello (difeso dagli avvocati Luigi Senese e Maria Grazia Padula) ed Enzo Notturno (difeso dagli avvocati Luigi Ferro e Mauro Valentino). Sconto di pena più consistente per Rito Calzone (difeso dagli avvocati Luigi Senese e Michele Cerabona), Roberto Manganiello (difeso dagli avvocati Luigi Senese e Carlo Ercolino) e Francesco Barone (la cui mamma, Carmela Attrice, venne uccisa proprio nei primi mesi della faida perché non volle lasciare le Case Celesti come impostole dal clan Di Lauro che avviò una campagna di ‘espulsione’ dal rione degli scissionisti e dei loro parenti): ciascuno di loro è stato condannato a 21 anni di reclusione, a fronte del precedente ergastolo. Sconto di pena anche per il pentito Gennaro Notturno, passato a collaborare solo dopo la condanna all’ergastolo di primo grado, quindi quando la prova era già formata: la Corte lo ha comunque ritenuto meritevole delle attenuanti della collaborazione con la giustizia (sarà importante capire in che modo è stato valutato il suo tardivo contributo alla causa) e gli hanno inflitto 18 anni di reclusione. Condanna, infine, anche per Ferdinando Emolo, il solo imputato ad essere affiliato al clan Di Lauro: Emolo è stato condannato a 11 anni e sei mesi per spari in luoghi pubblico e porto e detenzione illegale di una pistola, con tanto di aggravante della matrice camorristica per- ché – a seguito del duplice omicidio Montanino-Salierno – i Di Lauro seminarono il terrore nelle ‘Case Celesti’. Quel rione doveva essere il loro e tutti i parenti dei ‘ribelli’ che sino a quel momento avevano lì vissuto dovevano andare via. Le ‘stese’ furono la prima fase della strategia del terrore poi culminato nell’omicidio di Carmela Attrice.
Il dispositivo di sentenza si chiude poi con due assoluzioni, sollecitate anche dal sostituto procuratore generale che era andato contro la valutazione della Dda e della Corte d’Assise di Napoli: accuse cadute per i fratelli Antonio e Guido Abbinante, che nel precedente grado di giudizio erano stati condannati a 30 anni di reclusione. Gli Abbinante (difeso dagli avvocati Giovanni Esposito Fariello, Carmela Esposito e Romolo Vignola) erano stati accusati di essere stati, insieme al boss poi pentito Rosario Pariante, i mandanti dell’omicidio Montanino. Un mandato che – come riferito da Pariante e da altri collaboratori – fu conferito in un’aula di Tribunale, mentre era un corso un processo ad alcuni esponenti dell’allora ancora unito clan Di Lauro. Pariante rivelò che fu proprio lui, insieme ai due Abbinante, tutti rinchiusi nel gabiotto, ad ordinare ad Arcangelo Abete – seduto tra il pubblico – di ammazzare Montanino. Ma il punto è che Guido Abbinante – il dato emerse già in primo grado – quel giorno non era presente in aula. Adesso con l’assoluzione anche di Antonio Abbinante, bisognerà riscrivere anche una volta le circostanza del mandato omicidiario.

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venerdì, 18 maggio 2018 - 13:07
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