Travolto in scooter, perse il piede Piange in aula: «Nessuno mi aiutò, l’investitore pensava solo alla sua auto»

Ambulanza
di Dario Striano

«Io ero a terra sanguinante e lui non si è mai avvicinato per sincerarsi delle mie condizioni. I miei amici mi hanno detto che al telefono si lamentava del danno subito alla carrozzeria della macchina». Niente più partite di calcio, niente più corse in motorino. Emanuele (il nome è di fantasia), oggi appena 18enne, prova a trattenere le lacrime dinanzi al giudice monocratico del tribunale di Torre Annunziata, Riccardo Sena, mentre ripercorre il giorno «che mi ha cambiato la vita». Quello dell’incidente del 7 aprile 2016. «Era il giorno prima della gita scolastica – racconta la vittima, parte civile nel processo e assistita dall’avvocato Pasquale Striano – e mi avevano appena relegato il motorino nuovo, così con gli amici mi sono recato al centro commerciale di Pompei per le ultime compere». Doveva essere un giorno di attesa e di festa, si è trasformato nel più «tragico e doloroso». «All’uscita dalla Cartiera, io e i miei amici siamo tornati in sella ai motorini, all’incrocio però sono stato travolto da un’auto». Emanuele descrive dettagliatamente gli attimi che hanno preceduto l’urto: l’arresto allo stop, i centimetri ‘rubati’ all’asfalto col suo scooter “Sh 125” «per avere una visuale migliore dell’incrocio», e quindi l’ingresso in carreggiata. «La strada era libera sia a destra che a sinistra e ho impegnato l’incrocio». Poi le urla e il tonfo improvviso. «Ricordo di aver perso l’equilibrio e di aver provato a mettere il piede a terra, ma un pezzo dell’auto ha urtato il mio corpo facendo da lama, e così ho perso il piede». Gli attimi successivi all’incidente sono i più difficili da raccontare e ricordare per Emanuele. L’emozione prende il sopravvento e quella voce, prima sicura e determinata, diviene singhiozzante quando il giovane racconta i momenti che precedono il soccorso dell’ambulanza. «Ad eccezione dei miei amici nessuno ha provato a prestarmi soccorso». Non lo avrebbe fatto l’imputato Antonio P. – riconosciuto in aula dalla vittima – «perché troppo impegnato col cellulare a lamentarsi dei danni all’auto», e non lo avrebbero fatto neppure i familiari dell’automobilista – imputato per lesioni personali stradali gravi – «accorsi sul posto solo in un secondo momento». E ,ancora, non lo avrebbe fatto la Municipale, i cui uomini, spiega Emanuele, sarebbero stati troppo impegnati «a scattare fotografie della scena» (ma a nessuno è contestata l’omissione di soccorso). «A nessuno è importato che un ragazzino 16enne stesse a terra. Eppure sull’asfalto c’erano sangue e vetro. Sono passati 15 minuti prima che arrivassero i soccorsi. Al primo tentativo non c’era stata risposta da parte del 118». Da quel momento la vita di Emanuele «non è stata più la stessa». Per molto tempo è «rimasto chiuso in casa», rifiutando di scendere in strada per «paura di essere investito». «Ogni qualvolta provavo a scendere, avevo la sensazione che auto e moto mi venissero addosso». Ha dovuto intraprendere un percorso da uno psicologo per poter «tornare in macchina da semplice passeggero»; ma, soprattutto, ha dovuto abbandonare il calcio, sport che praticava «agonisticamente». «Ero depresso, volevo solo tornare alla mia vecchia vita».

sabato, 9 giugno 2018 - 12:52
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