Uccisi perché testimoni dell’omicidio del boss, il padre dei fratelli Luciani: «C’è qualcuno che sa e non parla»

Luigi e Aurelio Luciani
Luigi e Aurelio Luciani, vittime innocenti della mafia del Gargano

Aurelio e Luigi erano fratelli. Brave persone, che lavoravano come contadini a San Marco in Lamis (nel Gargano) e avevano famiglia. Il 9 agosto del 2017 la mafia pugliese li ha uccisi entrambi. Insieme. Perché Aurelio e Luigi Luciani (rispettivamente di 43 e 47 anni), che quella mattina si stavano recando nei campi tra Apicena e San Severo, si trovarono nello stesso posto in cui fu teso l’agguato al boss di Manfredonia Mario Luciano Romito. Chi sparò li scambiò, forse, per uomini della scorta del mafioso o forse si rese conto che i Luciani erano testimoni scomodi di un delitto.

Per il loro omicidio c’è, attualmente, un solo imputato: Giovanni Caterino, di 39 anni, accusato di aver fatto da basista al commando armato che compì la strage (nell’agguato morirono Romito, il cognato Matteo de Palma, e i due innocenti fratelli Luciani). Ieri il padre di Aurelio e Luigi, presente come sempre al processo in corso in Corte d’Assise, ha lanciato un altro appello: «C’è qualcuno che sa ma non parla. Io voglio giustizia per i miei figli, perché i miei figli sono stati ammazzati barbaramente dalla mafia. Ecco perché ho scelto di essere qui». «Ringraziamo le istituzioni che non ci hanno mai lasciato soli – ha detto Antonio Luciani -. Qualcuno conosce la verità e deve dirla. Almeno noi familiari riusciamo a scoprire cosa è realmente accaduto».

Durante l’udienza di ieri, che si sta celebrando dinanzi ai giudici della Corte d’Assise di Foggia, è stato ascoltato un agricoltore che quel giorno si trovava nei pressi del luogo dell’agguato. «Conoscevo i fratelli Luciani, ma non avevamo una frequentazione – ha detto l’agricoltore rispondendo alle domande del pm Luciana Silvestris -. Quella mattina ero nel casolare della mia azienda che si trova a circa 200 metri dalla vecchia stazione di San Marco in Lamis, luogo dell’agguato. Non ero solo, con me c’era un amico». Quindi il teste ha ricostruito quello che vide: i  killer, dopo la mattanza, salirono subito su un’auto e fuggirono in direzione di Apricena. Stando alla ricostruzione fornita dal testimone, pochi secondi dopo la sparatoria, sopraggiunse un Suv che, avendo notato la scena, ingranò la retromarcia e si allontanò a forte velocità. «Io e il mio amico dopo la sparatoria ci avvicinammo alla stazione e vedemmo un furgoncino. Mi avvicinai ad un ragazzo (uno dei due fratelli Luciani, ndr) con il volto per terra e la maglietta verde, con una grande chiazza di sangue sulla schiena. A quel punto chiamammo i soccorsi».  I killer, come ricostruito dagli inquirenti, usarono un kalashnikov  Ar47. Si torna in aula il 21 ottobre: saranno ascoltati il padre e le vedove dei fratelli Luciani, Arcangela e Marianna, che si sono costituiti parte civile in giudizio. Si sono costituiti parte civile anche l’associazione Libera contro le mafie, la Regione Puglia e il Comune di San Marco in Lamis.

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martedì, 1 ottobre 2019 - 13:28
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