Il boss Vincenzo allo zio: “Mamma mi odia” Ferocia, droga e lusso accecavano i Troia crudeli persino nei riguardi dei familiari

di Dario Striano

La “royal rumble” della camorra. Tutti contro tutti, all’interno, però, della stessa famiglia criminale. Il ring è San Giorgio a Cremano, comune vesuviano al centro degli interessi della cosca Troia e, ultimamente, anche dei clan della periferia orientale di Napoli. L’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice per le indagini preliminari, Giuliana Pollio, rischia di stravolgere il concetto tradizionale di “famiglia” legato alla criminalità organizzata. Nelle 1146 pagine che hanno portato, la scorsa settimana, all’arresto di 37 persone ritenute, a vario titolo, al soldo del “clan dei gelsomini”, emergono tutti i contrasti all’interno dello stesso nucleo familiare criminale.

«Zio, mia mamma a me mi odia, io non chiedo nulla e non cercare di giustificarla». Scrive così, il 2 aprile 2010, dal carcere Vincenzo Troia, allo zio Enzo Cefariello, anche lui detenuto, per lamentarsi del comportamento della madre Immacolata Iattarelli, colpevole di non provvedere al sostentamento dei carcerati del clan. Neppure di quello del suo stesso figlio. Nelle missive tra zio e nipote trapelano i dissapori di famiglia: la volontà di Francesco e di Vincenzo Troia, ad esempio, di dissociarsi dalla logica criminale del padre “Ciro gelsomino”, boss ritenuto «troppo buono» nei confronti del clan Abate, contro cui i due rampolli scateneranno una sanguinosa guerra in città. Ancora, le preoccupazioni di Enzo Cefariello riguardo il carattere instabile del nipote, Francesco, e il suo matrimonio con una donna legata agli Aprea-Cuccaro, cartello criminale di Barra. «Ho saputo che ha fatto pace con la sua ragazza. Non mi ha fatto sentire entusiasta, spero solo che non si mischia in altri problemi».

Sarà proprio la relazione tra Francesco e Concetta Aprea, figlia del boss “Ciro pont e curtiell”, alla base dei contrasti tra “Checco il gelsomino” e la madre, donna Immacolata, vera e propria reggente del clan durante la detenzione dei figli. Sarà a causa dei rapporti instabili tra le due “ladies camorra” che Francesco Troia deciderà di “mettersi in proprio” e di gestire in solitario la piazza di spaccio del cugino Danilo, destinatario, tra l’altro, in alcune intercettazioni – raccolte nel corposo fascicolo firmato dal gip Giuliana Pollio – delle minacce e delle intimidazioni della “sindaca” Immacolata Iattarelli. La “guerra fredda” tra le due donne di malavita rischia, invece, oggi, di scatenarne una più violenta con i clan della zona orientale di Napoli. E’ quanto emerge dal colloquio del 27 giugno 2016, intercettato nel carcere di Frosinone, durante cui Francesco Troia riferisce alla moglie che, appena uscirà, dovrà «capovolgere un momento San Giorgio e Barra, e San Giovanni pure».

Agli angoli del ring genitori e figli, dunque, per un incontro che non prevede regole. Vale tutto. Nessun colpo è escluso: armi da fuoco, minacce, tradimenti, aggressioni, inganni e “pentimenti”. Sempre i contrasti tra due donne legate alla famiglia Troia rischiano di distruggere l’impero criminale dei gelsomini. Rilevanti ai fini delle indagini le dichiarazioni di Grandulli Maria, collaboratrice di giustizia. La donna, con una parentela e un passato criminale ‘scomodi’- perchè cognata della gola profonda del clan De Micco, Domenico Esposito – sarà spinta al pentimento dalle continue minacce di Immacolata Iattarelli. Pentimento scelto anche dal marito Alfredo, vittima, nel 2013, di un raid a colpi di arma da fuoco nei pressi della sua abitazione. A premere il grilletto, neanche a dirlo, ancora una volta un parente, lo zio Carmine, per vendicare un «antico sgarro».

E’ la royal rumble della camorra. Una guerra senza esclusioni di colpi che non si ferma neppure dinnanzi al proprio sangue, alla propria stirpe. Una guerra che rischia di distruggere persino uno dei capisaldi della criminalità organizzata: il valore della “famiglia”.

martedì, 19 dicembre 2017 - 13:05
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