Gotham City, viaggio nella nuova camorra Con Di Meo il lettore diventa un imboscato e scopre l’anima consumata dei baby boss

di Mariarca Cozzolino

Gotham City. Viaggio segreto nella camorra dei bambini di Simone Di Meo è un libro riuscito in pieno, nonostante il rischio di sconfitta fosse alto. E lo è perché capace di citare senza fare il verso. Il romanzo (True Piemme, 383 pagine, 18.50 euro; 9,99 euro in e-book) nomina tutti i libri, i film, le serie tv che negli ultimi anni hanno parlato di malavita e, in particolare, di camorra, ma non cade nell’errore di imitarli.
Gotham City non è «la copia di mille riassunti», prendendo in prestito una frase di una nota canzone. Gotham City è altro, completamente altro. Ed è qualcosa di socialmente utile. Il racconto non permette il fenomeno di identificazione del lettore nei personaggi e questo rende il romanzo un testo da consigliare ai più giovani, da studiare nelle aule, da leggere, perché no, in famiglia.
Il libro racconta l’ascesa di giovanissimi baby boss a Forcella, il modo in cui si sono impadroniti delle piazze di spaccio del Centro Storico di Napoli con l’aiuto di un padrino, che ha preso il posto di quello precedente, un tempo suo amico. Soprattutto, però, il libro parla della bruttezza di essere brutti. Dello squallore di essere camorristi. Partendo dalle nefandezze morali dei protagonisti, passando per la loro scarsa intelligenza e arrivando alla loro immagine ripugnante, Di Meo non descrive personaggi affascinanti: i “Colombiani” e gli altri protagonisti del romanzo non diventano nella mente del lettore eroi del male e, quindi, in qualche modo da ammirare. Siamo lontani dai personaggi interpretati da Al Pacino e Robert De Niro, dalla vita avventurosa e dalle donne bellissime e innamorate. Siamo lontani da Ciro e Genny di Gomorra, dalle loro frasi epiche e talvolta perfino sagge.
I personaggi di Gotham City sono corpi di bambini abitati da uomini disagiati: «Sono uomini in tutto e per tutto, uomini con le loro manie, i loro tic, le loro arroganze e le loro violenze, che si trovano ad abitare in corpi in via di sviluppo» (pagina 49). Non si amano, questi baby boss, e non sono amati. A loro modo, però, elemosinano amore, chi a una donna, chi a una mamma, chi a un amico. Bisonte, Capauciello, Christian, Abdul, Lelluccio e ‘O Drogato sono quello che nessuno vorrebbe essere. Non appassionano loro, ma appassiona la storia che li racchiude, appassiona il modo in cui Di Meo ne racconta i fatti, appassiona il romanzo in sé.
Questi soggetti vivono un’eterna lotta interiore prima ancora che una lotta di quartiere. Riescono a governare le piazze di spaccio, ma non riescono a gestire i loro intimi drammi. Sono vinti da deprimenti competizioni familiari, da frustrazioni legate al passato, da insicurezze estetiche, da incertezze nel relazionarsi all’altro sesso: la loro è una sorta di un’impotenza sessuale che altro non è che un’impotenza vitale.
Gli adulti del romanzo sono strane figure quanto i ragazzini, da cui differiscono solo per la loro carriera: i vecchi boss avevano regni longevi mentre «“la razza nova” era già invecchiata» (pagina 231) dopo solo un anno dall’essere nata. Sono padri premurosi ma senza scrupoli, sono padri poco premurosi ma con troppi scrupoli, convinti che un rolex possa essere emblema di prestigio e l’alopecia segno di debolezza.
E le donne? Le donne sono tutte “zoccole”, come ricorda sempre al figlio la mamma di Bisonte, prostituta col marito consenziente. Il ruolo salvifico e catartico che spesso la donna assume nella vita degli uomini e nei bei racconti qui lascia il posto alla crudezza. Donne che si vedono e che vengono viste come cose, donne che non si stimano, che passano la vita a essere corpi. Le coraggiose, appassionate e desiderate donne dei boss non esistono: Gotham City mette nelle vite di questi uomini senza virilità, donne senza femminilità.
Il libro è scorrevole, si legge tutto d’un fiato, è piacevole l’alternanza tra narrazione classica e atti giudiziari. Ottima la grammatica napoletana, troppo spesso ignorata in alcuni saggi dove viene utilizzato il dialetto. Simone Di Meo, insomma, non delude. Da anni si occupa di criminalità organizzata e terrorismo, è uno dei maggiori conoscitori di cronaca giudiziaria locale e nazionale: lui Gotham City non l’ha inventata, la conosce e la racconta assai bene.

mercoledì, 24 gennaio 2018 - 17:34
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