Assunzioni fittizie, la cresta sui fitti e vendite non fatturate: così Greco accumulò il tesoro trovato nel muro

L'imprenditore stabiese Adolfo Greco
di Laura Nazzari

Due milioni e mezzo di euro nascosti nel muro. Tutti divisi in ‘fascetti’. Quando all’alba del 5 dicembre scorso hanno bussato alla porta di casa dell’imprenditore Adolfo Greco per arrestarlo, gli agenti della Squadra Mobile di Napoli hanno portato anche una particolare attrezzatura per rilevare la presenza di ‘nascondigli’. Sapevano che lì, tra quelle quattro mura, poteva esserci del denaro. Ché di soldi sfuggiti al controllo del Fisco ne avevano sentito parlare spesso mentre intercettavano Greco e la moglie. Ci avevano visto giusto. I due milioni e mezzo di euro sono adesso sotto sequestro. E della loro provenienza si sa anche quasi tutto. Ciò che ancora non si sa è se di denaro ‘nascosto’ ve ne sia stato dell’altro in questi anni e soprattutto in che modo Adolfo Greco l’abbia impiegato.

Uno dei nuovi fronti di indagine aperti dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli riguarda proprio l’enorme ricchezza che Greco non ha mai dichiarato. E, al tempo stesso, riguarda la certosina ricostruzione della sua provenienza. I «fondi neri» di Adolfo Greco – è così che scrivono gli inquirenti – provenivano da più canali. Anzitutto quello della locazione degli immobili: Greco è proprietario di numerose immobili, tra appartamenti, palazzine e vere e proprie aree nella zona industriale al confine tra Castellammare di Stabia e Torre Annunziata dove insistono uffici di ogni sorta. Ora, gli inquirenti sono certi che molti dei contratti di fitto sottoscritti contenessero un falso: veniva dichiarato un importo, sul quale c’era il corrispettivo pagamento delle tasse, ma in realtà il canone era più alto e il resto della somma veniva pagato in contanti e ‘spariva’. La circostanza, rappresentata in maniera pacifica dagli inquirenti, lascia dunque immaginare una verifica certosina dell’intero patrimonio immobiliare di Adolfo Greco, per provare a tracciare una stima effettiva degli incassi sfuggiti al Fisco. In quest’ottica dunque potrebbero essere passati al setaccio i contratti di fitto stipulati.

Il secondo canale di provenienza dei «fondi neri» è legato invece all’attività imprenditoriale principale di Greco, quella della commercializzazione e distribuzione del latte, tanto che la sua società è stata, sino al giorno dell’arresto, concessionaria in esclusiva sul territorio di prodotti gruppo Parmalat e latte Berna. Ebbene, gli inquirenti sospettano che parte degli incassi ‘non contabilizzati’ provenga «verosimilmente da vendite non fatturate, realizzate con il fondamentale intervento di alcuni dipendenti e collaboratori (rete venditori). Un altro trucco usato sarebbe stata quella dell’assunzione fittizia di un dipendente.

Ma dove andavano a finire i soldi che l’imprenditore accumulava illecitamente? Come faceva a giustificarne di esserne in possesso e dunque a spenderli? Una traccia investigativa c’è: Greco avrebbe messo in piede una rete di prestiti personali  che concedeva ad alcuna persone fidate. Queste persone una volta avuto il denaro erano però obbligate a versarle sui conti bancari di Greco scrivendo come causale che si trattava di prestiti che loro stavano concedendo a Greco. Formalmente Greco risultava un debitore. Di fatto rientrava in possesso dei suoi soldi. Denaro grazie al quale poteva poi pagare le tangenti che, seppur di importo ridotto, era costretto a versare alla camorra, ma che forse potrebbe avere utilizzato anche per altri tipi di investimenti. Investimenti forse anche di natura imprenditoriale. Ragion per cui, è verosimile immaginare, anche la rete di amicizie di Greco con uomini di affari che operano sul territorio stabiese potrebbe finire sotto i riflettori della procura.

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sabato, 22 Dicembre 2018 - 18:40
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