Caso del prete pedofilo a Ponticelli,
il Vaticano chiede scusa a Diego
La Curia di Napoli non trova testimoni

di Dario Striano

Fino a qualche mese fa, la sua sembrava essere soltanto una denuncia inutile, rimasta inascoltata. Diego Esposito – il 40enne delle periferia orientale di Napoli che in più occasioni ha denunciato alla Curia partenopea gli abusi subiti in età adolescenziale dal suo insegnante di religione, don Silverio Mura, ex parroco di Ponticelli – per tutti fino a inizi febbraio 2018 era soltanto un «pazzo», «uno fuori di testa», «un bugiardo»; eppure a breve incontrerà Papa Francesco, dopo aver ricevuto le scuse, per adesso soltanto telefoniche, del Vaticano. «Finalmente torno a sorridere – ha raccontato Diego -, finalmente un colloquio di cui sono pienamente soddisfatto, mi è stato ribadito che entro un mese incontrerò il Sommo Pontefice, l’unico che potrà fare luce sulla mia vicenda. Finalmente la Chiesa mi ha chiesto anche scusa». Diego è felice, la sua voce appare diversa dal solito. E’ una voce di speranza, non più interrotta dal pianto e dal singhiozzo. «Non ci potevo credere – ha svelato la presunta vittima di abusi – Quando ho parlato a telefono con la prima sezione della Dottrina della Fede, la persona che si occupa del mio caso mi ha chiesto “Come stai?”. Può sembrare una banalità. Ma quella frase mi ha cambiato la vita». Finalmente un piccolo passo, dunque, verso la Giustizia che il 40enne attende da anni, troppi anni. Da quando nel 2010 denunciò per la prima volta don Silverio Mura. O meglio, dal finire degli anni ’80, da quando cioè Diego, ragazzino timido e proveniente da una famiglia molto cattolica, trascorreva i suoi pomeriggi a casa del parroco, suo insegnante di religione. In quella che tutti nel quartiere chiamavano – e chiamano ancora oggi – «la villetta degli orrori», il luogo in cui sarebbero avvenuti gli episodi di violenza, denunciati dal ragazzo soltanto in età adulta. Rivelati per la prima volta solo su un letto d’ospedale in seguito ad uno dei tanti attacchi d’ansia che ancora oggi costringono Diego ad una «non vita». «I sintomi di un trauma non ancora mentalizzato» per la criminologa, esperta in psicodiagnostica clinica e giuridico-peritale, Luisa D’Aniello, consulente di parte nel processo civile di Diego Esposito, che si terrà a inizi 2019 al tribunale di Napoli. Perché se il reato può dirsi già prescritto, c’è una causa civile che Diego, il suo avvocato Carlo Grezio, e altre 11 vittime – una di queste decisasi a testimoniare soltanto nelle scorse ore – stanno portando avanti, in attesa di un segnale della Chiesa. O meglio di un altro segnale da parte della Chiesa. Perché Papa Francesco già a febbraio scorso chiese alla Curia di Napoli di «riaprire il caso» del 40enne di Ponticelli che «forse era stato archiviato con troppa fretta». Soltanto il 27 aprile però c’è stato il primo segnale da parte della Chiesa partenopea che, tramite un comunicato stampa – diramato il giorno dopo un sit-in di protesta di Diego e un’altra vittima all’esterno del Duomo -, ha chiesto a «tutti coloro che sono in possesso di elementi utili per le indagini a darne comunicazione alla Cancelleria entro e non oltre trenta giorni». Trenta giorni che stanno per scadere. Motivo per cui Diego nelle scorse ore ha annunciato di voler raccogliere «nuove testimonianze da altre vittime», lanciando anche un appello sui social. «Per evitare – ha detto la vittima – che il mio orco possa fare del male di nuovo a qualche ragazzino». Per evitare che possa ancora insegnare catechismo a giovanissimi. Già, perché appena 2 mesi fa don Silverio Mura era stato scoperto dalle mamme di Montù Beccaria ad insegnare sotto falsa identità. Con un nome diverso. Per tutti in paese, era don Saverio. Circostanza oggetto di una nuova denuncia presentata a inizi aprile da “Rete L’Abuso” – associazione da anni in trincea contro i preti pedofili – al tribunale di Pavia.

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venerdì, 25 maggio 2018 - 21:34
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