Stefano Leo ucciso perché era felice, Bonafede manda gli ispettori in Tribunale: il killer era libero per un errore

Stefano Leo
Stefano Leo, il 33enne ucciso a Torino lo scorso 23 febbraio

Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha «attivato l’ispettorato del ministero in merito al caso di Stefano Leo, ucciso lo scorso 23 febbraio a Torino da un uomo su cui pendeva l’esecuzione di una pena definitiva per maltrattamenti a un anno e mezzo di carcere». L’ordine di carcerazione, come noto, non è mai stato disposto, eppure la condanna era divenuta definitiva nel maggio dello scorso anno. L’assassino Said Mechaquat ha confessato di avere scelto a caso la sua vittima e di avere scelto Stefano perché aveva un’aria felice. Gli ispettori del ministero dovranno «capire se è negligenza di un singolo o un problema di sistema», ha affermato Bonafede.

Nei giorni scorsi il presidente della Corte d’appello di Torino, Edoardo Barelli Innocenti, ha convocato una conferenza stampa sul caso nel corso della quale ha chiesto scusa ai familiari di Stefano: «Come rappresentante dello Stato mi sento di chiedere scusa alla famiglia di Stefano Leo». Tuttavia Barelli ha specificato che il cortocircuito che ha determinato la mancata esecuzione dell’ordine di carcerazione non consente «di dire che la Corte d’appello sia corresponsabile dell’omicidio. Qui abbiamo fatto quello che dovevamo fare. C’è stato un problema successivo. Posso scusarmene, ma non c’è nessuna certezza che Mechaquat Said fosse ancora in carcere il 23 febbraio».

In merito alla mancata carcerazione, il magistrato ha ripercorso le tappe della vicenda. «La sentenza è divenuta irrevocabile l’8 maggio – ha detto -. Se noi fossimo nel migliore dei mondi possibili il 9 maggio il cancelliere avrebbe trasmesso immediatamente il verdetto alla procura. Ma se negli uffici c’è carenza di personale e non è solo colpa nostra». Visto che mancano i lavoratori, a fronte della mole di fascicoli «la cancelleria ha come input quello di far eseguire le sentenze più gravi, sopra i tre anni, perché al di sotto si ha la possibilità di ottenere l’affidamento in prova», ha spiegato Barelli Innocenti. «È una sproporzione tra risorse e numeri – ha aggiunto il collega Fabrizio Pasi, presidente della Corte d’assise d’appello  -. Come in un pronto soccorso, dove i medici decidono la priorità dei casi da trattare in base alla gravità e può succedere che un caso meno grave poi abbia una complicanza».

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domenica, 7 Aprile 2019 - 12:17
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