Gratteri e la questione morale che agita la magistratura. L’intervista al Corsera (poi corretta) arriva davanti al Csm

Il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri

L’ombra che il procuratore di Catanzaro Gratteri ha lanciato sulla magistratura calabrese e sulla tempistica della sua ultima inchiesta (‘Basso profilo’) dalle pagine del Corriere della Sera, non poteva non avere conseguenze. Conseguenze concretizzatesi nella levata di scudi di magistrati e penalisti, cui non è bastata la successiva precisazione dello stesso Gratteri sulle proprie esternazioni alla stampa per stoppare il caso quando ormai era già scoppiato.

Vexata quaestio è stata l’intervista concessa al quotidiano di via Solferino lo scorso 22 gennaio. Nel rispondere alla domanda sul perché le inchieste catanzaresi vengano spesso ridimensionare dal Riesame e nei diversi gradi di giudizio, Gratteri ha risposto: «Noi facciamo richieste, sono i giudici delle indagini preliminari, sempre diversi, che ordinano gli arresti. Così è avvenuto anche in questo caso. Poi se altri giudici scarcerano nelle fasi successive non ci posso fare niente, ma credo che la storia spiegherà anche queste situazioni». Alla successiva domanda del giornalista («Che significa? Ci sono indagini in corso? Qualche pentito che parla anche di giudici?» ha replicato «Su questo ovviamente non posso rispondere». Rispetto alla tempistica dell’indagine che ha coinvolto anche Lorenzo Cesa, segretario dimissionario dell’Udc, Gratteri ha spiegato che non c’è alcunavalutazione del quadro politico nazionale mentre si è tenuto conto delle elezioni in Calabria («Le giuro – ha dichiarato al giornalista Giovanni Bianconi – che i tempi della politica non c’entrano. Noi abbiamo saputo che dovevano arrestare l’assessore Talarico, assieme agli altri, quando è arrivata l’ordinanza del gip, all’inizio di gennaio, a un anno di distanza dalla nostra richiesta e a sei mesi dall’ultima integrazione. Le elezioni in Calabria erano fissate per il 14 febbraio, avremmo aspettato il 15 per non interferire sulla campagna elettorale, ma poi sono state rinviate ad aprile: non potevo lasciare arresti in sospeso per decine di persone altri tre mesi»).

«Apprendiamo che il Pubblico Ministero ha svolto valutazioni in ordine alla opportunità del momento nel quale dare esecuzione ai provvedimenti – scrive in una nota indirizzata a Csm e Anm l’Unione delle Camere penali italiane –  A tali affermazioni di per sé sconcertanti ne seguono altre che non possono non essere oggetto di attenta valutazione da parte dell’organo disciplinare dei magistrati.

Un’ombra troppo estesa, quella sfuggita dalle parole di Gratteri, per essere ignorata.  Parla di «dichiarazioni di inaudita gravità» l’Unione delle Camere penali italiane in una lettera pubblica inviata all’Anm e al Csm dal presidente Gian Domenico Caiazza. «Apprendiamo che il Pubblico Ministero ha svolto valutazioni in ordine alla opportunità del momento nel quale dare esecuzione ai provvedimenti – si legge –  A tali affermazioni di per sé sconcertanti ne seguono altre che non possono non essere oggetto di attenta valutazione da parte dell’organo disciplinare dei magistrati. Le affermazioni del Procuratore della Repubblica di Catanzaro si rivelano di inaudita gravità. Non si tratta qui di discettare sulla fondatezza o meno di un quadro indiziario o di prospettare come la serialità di annullamenti da parte dei Giudici superiori, chiamati al controllo delle condizioni per l’applicazione della cautela, abbiano dato conto – quantomeno sul piano del metodo – della fragilità di quelle investigazioni. La considerazione del Dottor Gratteri propone al lettore l’idea che i provvedimenti dei Giudici, di censura dell’operato della sua Procura e delle valutazioni del GIP, siano ispirati da motivazioni estranee alle dinamiche processuali. È una rappresentazione destinata a creare sconcerto tra i cittadini attribuendo di fatto annullamenti e riforme a ragioni diverse da quelle esposte nelle articolate motivazioni».

Nella polemica interviene anche Magistratura democratica: «Siamo ben consapevoli di quanto sia importante la libertà di parola dei magistrati, anche quale prezioso strumento di difesa della giurisdizione. Le parole del Procuratore Gratteri, tuttavia, si trasformano nell’esatto contrario e in un rischio per il libero dispiegamento della giurisdizione. Non crediamo che la comunicazione dei Procuratori della Repubblica possa spingersi fino al punto di lasciare intendere che essi siano gli unici depositari della verità, e di evocare l’immagine del giudice che si discosti dalle ipotesi accusatorie come nemico o colluso. Con un tale agire, il Pubblico Ministero dismette il suo ruolo di primo tutore delle garanzie e dei diritti costituzionali – a partire dal principio di non colpevolezza – e assume quello di parte interessata solo al conseguimento del risultato, lontano dalla cultura della giurisdizione e dall’attenzione all’accertamento conseguito nel processo».

Nicola Gratteri ha in verità poi precisato sulle proprie dichiarazioni ( «Il riferimento alle scarcerazioni e a quello che accadrà in futuro – ha detto all’Ansa – sta a significare che io e il mio ufficio siamo assolutamente convinti, sulla base delle indagini fatte, della bontà delle nostre richieste nel Pieno rispetto delle norme processuali ivi compreso il diritto all’impugnazione dei provvedimenti riconosciuto ad entrambe le parti processuali») e a cercare di sedare gli animi è stato anche il presidente di Anm Giacomo Santalucia: «Il procuratore della Repubblica di Catanzaro è intervenuto con una nota di precisazione su quanto dichiarato nel corso di una intervista al Corriere della sera sul tema delle scarcerazioni. – ha dichiarato –  La nota diffusa, nella parte in cui sottolinea il rispetto delle norme processuali e fa richiamo agli strumenti delle impugnazioni come legittima reazione, dentro il processo, a provvedimenti non condivisi, sembra poter dissipare perplessità e chiarire equivoci».  

«Le precedenti dichiarazioni – continua – non si sono poste in contrasto col principio secondo cui i provvedimenti dei giudici, che rigettano richieste della pubblica accusa, che annullano precedenti provvedimenti di accoglimento di quelle richieste, che smentiscono ipotesi accusatorie prima accolte, sono espressione fisiologica delle regole e della logica, anche costituzionale, del processo; e sono attuazione del dovere di accertamento che si alimenta della posizione di imparzialità e neutralità del giudice, architrave del nostro sistema».

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lunedì, 25 Gennaio 2021 - 08:58
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