Come si vive in un quartiere di periferia dove la presenza dello Stato sembra un’eco lontana, quasi impercettibile? Cosa significa, per un imprenditore, portare avanti la propria attività in una zona dove i crimini predatori sono diventati routine quotidiana?
Per inaugurare la nostra nuova rubrica “Occhio alla città”, abbiamo scelto di partire da Barra, periferia est di Napoli. Qui residenti, associazioni e commercianti denunciano da anni un vuoto istituzionale, un disinteresse che pesa come un macigno sulla vita quotidiana.
Il nostro racconto prende voce da chi quel peso lo conosce bene: un imprenditore, Gianni Forte, che sulla propria pelle ha vissuto i guasti dell’isolamento del quartiere e che da tempo si batte perché Barra e la sua gente tornino ad avere dignità e centralità nelle politiche della città. Una battaglia che non è solo personale, ma collettiva: il grido di un territorio che chiede ascolto, sicurezza e futuro.
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Gianni Forte, lei lavora in un quartiere come Barra, periferia est di Napoli, segnato da un forte isolamento istituzionale. Cosa significa per chi fa impresa operare in un territorio dove sicurezza e legalità sono precarie?
«Ogni giorno andare a lavorare è difficile. Alcune delle mie attività hanno subito diverse rapine, oltre a furti. Sono crimini predatori che qui si ripetono continuamente. Purtroppo siamo dimenticati dalle istituzioni. Aspettiamo un intervento dall’alto che possa incidere davvero sul territorio. Io credo che ogni imprenditore voglia lavorare senza ansie. E la richiesta di sicurezza arriva anche dai cittadini: qui mancano presidi elementari di sicurezza. È impensabile che una mamma debba accompagnare il figlio a fare sport e tornare a casa percorrendo strade buie e non presidiate. A una certa ora cala un vero e proprio coprifuoco. In queste condizioni è complicato fare impresa in sicurezza».
Lei ha subito rapine, ha denunciato sia alle autorità che pubblicamente. Ha reagito, ha richiamato l’attenzione delle istituzioni e ha organizzato una marcia per la legalità alla quale hanno partecipato numerosi esponenti delle politica locale. Dopo quella manifestazione è cambiato qualcosa?
«Ringrazio tutti quelli che hanno mostrato solidarietà, ma ad oggi non è cambiato quasi nulla. Ho anche presentato personalmente al ministro Piantedosi una raccolta firme per chiedere più unità delle forze dell’ordine sul territorio e la ripresa del progetto per la caserma dei carabinieri a piazza Bisignano».
Lei ha chiuso una delle sue attività dopo diverse rapine, poi ha riaperto. Cosa la spinge a non mollare?
«La forza me la dà l’essere nato in questo quartiere. Chi cresce qui e ha ricevuto tanto è giusto che resti e dia l’esempio. Sarebbe stato facile girarsi dall’altra parte e far finta di nulla, ma io non ce la faccio: voglio dare voce a chi non ha la forza di gridare e raccontare il disagio che viviamo ogni giorno».
Il suo è un messaggio positivo. Ma resta il bisogno di un partner forte: lo Stato. Vuole lanciare un appello?
«Mi auguro che al più presto ci sia sul territorio un intervento incisivo, come è accaduto a Caivano e come accadrà a Secondigliano: un intervento che parta dalla riqualificazione e che riporti sicurezza. Questa è una battaglia senza colori politici. Ho ascoltato conferenze di qualunque partito, perché a noi serve un’azione concreta. Qualunque sia il colore politico, io starò dalla parte di chi propone leggi e farà qualcosa di reale per questo quartiere».
lunedì, 15 Settembre 2025 - 22:03
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