Camorra e appalti, le verità di Schiavone: agganci coi politici di Santa Maria Capua Vetere e legami con imprenditori

Tribunale Giustizia
di Manuela Galletta

Gli appalti pubblici pilotati, i rapporti con alcuni politici di Santa Maria Capua Vetere e i legami con gli imprenditori pronti a vendere l’anima alla camorra pur di riuscire ad aggiudicarsi gli appalti. Il primo interrogatorio pubblico di Nicola Schiavone, figlio del boss dei Casalesi Francesco detto ‘Sandokan’, verte su questi tu tre piani. Piani che si intrecciano. E che sono il cuore dell’inchiesta ‘The Queen’ che ha trascinato sul banco degli imputati anche l’ex assessore regionale al Turismo Pasquale Sommesse.
Il pubblico ministero antimafia Maurizio Giordano ha depositato il verbale di Schiavone proprio nell’ambito dell’udienza scaturita dall’inchiesta ‘The Queen’, rispetto alla quale un gruppo di imputati ha già optato per il rito abbreviato mentre un’altra fetta ha deciso per la ‘via’ ordinaria (i due procedimenti, benché formalmente divisi, vengono trattati insieme dal gip Comella del Tribunale di Napoli).
L’interrogatorio è datato 21 settembre e consta di 16 pagine, molte delle quali coperte da ‘omissis’ e altre composte da fotografie sottoposte al collaboratore di giustizia. Poche le parole pronunciate dal pentito che riescono a filtrare. Quanto basta per riuscire a disegnare il perimetro dei racconti che il boss sta fornendo alla Dda. Schiavone, ad esempio, spiega che il clan dei Casalesi ha avuto rapporti con esponenti della pubblica amministrazione di Santa Maria Capua Vetere per far sì che imprese suggerite del clan riuscissero ad aggiudicarsi gli appalti. Ma, nelle poche righe rese pubbliche, non viene specificato a quale periodo temporale si riferisca, né in che modo sia venuto a conoscenza di queste circostanze. E’ solo possibile apprendere che, a dire di Schiavone, i contatti coi politici ‘amici’ li avrebbe tenuti Alfonso Salzillo.
Su domanda diretta del pubblico ministero, Schiavone si sofferma poi su quattro imprenditori e sue due appalti. Il boss pentito in particolare rende dichiarazioni sul conto dei fratelli Bretto, che si sono aggiudicati la gara per il restauro della Torre medievale a Cerreto Sannita. Quella gara, a dire della procura, fu politica pilotata e i Bretto avrebbe avrebbero pagato 50mila euro a Pasquale Sommese e al nipote Antonello per orientare l’esito. Di questa gara, Schiavone non parla. Ma parla dei Bretto, anche se in modo generico. Schiavone, infatti, precisa sin da subito di non aver mai avuto rapporti diretti con i Bretto. Tuttavia il boss pentito afferma di sapere che buona parte della loro crescita imprenditoriale è dovuta anche ai rapporti intrecciati coi Casalesi. «I fratelli Bretto iniziarono a crescere da un punto di vista imprenditoriale nel 2000 perché venni a sapere che cominciarono a versare nelle casse del clan la quota per i lavori che si aggiudicavano e la consegnavano in particolare a Rodolfo Corvino e a Lello Letizia», si legge a verbale. Poche parole, e assai generiche, vengono rese anche sul conto di Mario Martinelli, architetto e imprenditore del Casertano. Egli «è stato un interlocutore privilegiato per noi del clan. Appartiene a quella categoria di imprenditori collusi con noi del clan dei Casalesi», spiega Schiavone al pubblico ministero.
Quanto agli appalti pilotati dal clan, Nicola Schiavone sostiene che i Casalesi segnarono la regia per l’assegnazione della gara relativa alla ristrutturazione di Palazzo Cappabianca: «Per questo lavoro ebbi 200mila euro circa che mi vennero versati in rate».
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lunedì, 15 ottobre 2018 - 19:51
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