L’ascesa del clan Minichini-De Luca Bossa: ‘stese’ e bombe nella faida coi De Micco, summit per l’alleanza con i Cuccaro-Aprea

Michele Minichini, figlio del ras detenuto Ciro
di Manuela Galletta

Il clan De Micco in difficoltà dopo gli arresti. E poi le bombe e le ‘stese’ ai loro danni. Sullo sfondo la nuova alleanza criminale nell’area orientale suggellata da un summit di camorra che segna, in un solo momento, la volontà delle cosche barresi di prendere finalmente possesso del quartiere di Ponticelli (dopo numerosi tentativi falliti, prima per via della presenza dei Sarno e poi per via dell’ascesa dei De Micco) e di fare la guerra ai Mazzarella.

Michele Minichini, il boss cresciuto a pane e camorra
L’inchiesta che ieri mattina ha portato all’arresto di 8 persone del gruppo Minichini per due ‘stese’ avvenute tra Ponticelli e Porta Nolana tra il dicembre 2017 e il gennaio 2018 racconta con dati e date alla mano la centralità del giovane gruppo Minichini nei nuovi assetti della camorra che opera tra Barra e Ponticelli. Figura centrale del gruppo è Michele Minichini, oggi 28enne, nato e cresciuto di un contesto criminogeno che per decenni è stato raccontato dalle cronache giudiziarie e prima ancora da quelle investigative e processuale. Minichini, nonostante la sua giovanissima età, non è un delinquente comune. Non è un delinquente che viene su dal nulla e cerca di emergere a colpi di pistola approfittando del vuoto di potere lasciato da altri. Minichini è uno di quelli cresciuto a pane e camorra. E’ di uno di quelli ‘educato’ sin da bambino al rispetto dei controvalori della criminalità organizzata: suo padre Ciro è stato dapprima un feroce killer per conto dei Sarno, poi ha seguito il boss del Lotto 0 Antonio Del Luca Bossa nella scissione sanguinaria dai Sarno culminata nell’autobomba di via Argine che costò la vita a Luigi Amitrano, nipote del boss Vincenzo Sarno (vero obiettivo del raid). Michele Minichini è uno di quelli cresciuto in una famiglia criminale, i De Luca Bossa, che vantano una lunga tradizione camorrista: la madre di Antonio De Luca Bossa è Teresa De Luca Bossa, una delle poche donne di camorra finite a suo tempo anche in regime di carcere duro; Anna De Luca Bossa, la reginetta del Lotto 0 che è figlia di Teresa e sorella di Antonio, è stata la moglie di Ciro Minichini e Michele Minichini ne è stato il figliastro (lui e il fratello Alfredo sono figli di un’altra donna). E’ uno di quelli che mostra con fierezza l’attaccamento alla ‘famiglia’ attraverso i tatuaggi, e non perché s’è ispirato a Gomorra ma perché nel suo gruppo di appartenenza (formatosi decenni fa) il ‘marchio identificativo’ è sempre stata una nota distintiva (Leggi il servizio sul profilo di Michele Minichini all’indomani del suo arresto per l’omicidio del boss Cepparulo e dell’innocente Ciro Colonna). Ancora: Michele Minichini ha conosciuto sulla sua pelle la perdita di un fratello per mano della camorra. Antonio Minichini, figlio di Ciro Minichini e di Anna De Luca Bossa, venne ucciso nel gennaio del 2013 nel rione Conocal per mano De Micco nell’ambito della guerra scoppiata proprio tra i De Micco e il gruppo D’Amico: l’obiettivo di quel raid era Gennaro Castaldi (al soldo dei D’Amico), ammazzato, e Antonio Minichini pagò con la vita l’essere con in compagnia di Castaldi al momento del raid.

L’omicidio del fratellastro Antonio, la vendetta giurata ai De Micco
e l’alleanza coi ‘barresi’ per unire le forze contro il comune nemico
Proprio questo omicidio, proprio la morte del fratellastro Antonio, segna il debutto criminale di Michele Minichini e il suo schierarsi contro i De Micco. Contro quel clan che gli aveva portato via l’amato fratello (mai coinvolto in vicende criminale fino a quel momento) e che si era messo a fare la guerra pure ai De Luca Bossa, perché i De Micco pretendevano che tutti i gruppi criminali sul territorio corrispondessero loro una quota per la gestione dello spaccio di droga. Minichini cerca dunque alleati, ché da solo non può certo fronteggiare un clan a tre teste (al vertice ci sono i fratelli Marco, Salvatore che è il braccio armato del sodalizio, e Luigi che è la mente economica) che dimostra, a colpi di agguati, ferocia e determinazione. Trova una sponda nei barresi. Nei Cuccaro e negli Aprea per l’esattezza. Da decenni animati dalla volontà di conquistare Ponticelli, ma sempre usciti sconfitti dai tentativi di aggressione del quartiere alla periferia est di Napoli. Così, quando i De Micco si scoprono improvvisamente deboli a causa dei numerosi arresti che li hanno colpiti e della perdita dei loro tre capi (finiti tutti in prigione per accuse diverse), si materializza l’occasione tanto attesa per i Cuccaro, gli Aprea e i De Luca Bossa-Minichini di consumare la personale vendetta tanto attesa. Il 6 dicembre 2017 a Barra si svolge un summit di camorra (annotato dagli inquirenti nell’ultima inchiesta sul gruppo Minichini) tra Giuseppe De Luca Bossa, Francesco Audino, Gennaro Aprea, Antonio Boccia, Michele e Alfredo Minichini. Da sottolineare che Gennaro Aprea è considerato uno dei capi storici della famiglia Aprea. E’ una riunione che rinnova un patto criminale che un duplice obiettivo: annientare i De Micco a Ponticelli ma al tempo stesso fare la guerra ai Mazzarella, coi quali barresi hanno da sempre conti in sospeso. Il gruppo Minichini, diventa così una sorta di braccio armato dei barresi. Tocca a loro il lavoro sporco. E il lavoro sporco sta per il compimento di ‘stese’ e agguati.

Le due ‘stese’ contestate al gruppo Michinini
nell’ultima inchiesta coordinata dalla Dda di Napoli
L’inchiesta che ieri ha portato a 8 arresti – eseguiti dalla Squadra Mobile di Napoli e disposti dal giudice per le indagini preliminari Luca Della Ragione della 13esima sezione penale del Tribunale di Napoli (in accoglimento della richiesta del pubblico ministero antimafia Antonella Fratello) – ha accollato al gruppo Minichini proprio due episodi che rientrano in quel patto criminale rinsaldato nel summit di dicembre del 2017. Il 4 dicembre del 2017 viene compiuta una ‘stesa’ in via Masseria Cardone ai danni De Micco. Un ‘corteo’ di sei ciclomotori con almeno cinque persone in sella attraversa la strada del quartiere Ponticelli e spara all’impazzata. Sono tutti incappucciati, ad eccezione della persona che apre il corteo: alla guida del primo scooter c’è Michele Minichini. Che non a caso mostra il suo volto. E’ lui il capo. E vuole che tutti lo sappiano. Vuole che tutti nel quartiere sappiano che non ha paura a mettere la faccia nell’attacco ai De Micco. La sua sfrontatezza gli è però costata la contestazione di spari in luogo pubblico, porto e detenzione illegale di armi, violenza privata (tutto aggravato dalla matrice camorristica per aver fatto parte del clan De Luca Bossa-Minichini) in relazione a questo episodio: l’ordinanza cautelare gli è stata notificata ieri in carcere, dove Minichini è detenuto da circa un anno perché accusato di essere uno dei killer che uccisero nel Lotto 0 il boss dei «barbudos» Raffaele Cepparulo e l’innocente Ciro Colonna. Le altre persone che presero parte alla ‘stesa’ non sono state identificate.

Il secondo episodio contestato nella misura cautelare si è invece consumato in via Nolana. E l’obiettivo erano appunto i Mazzarella. Il 13 gennaio del 2018 – ricostruiscono gli investigatori –  sei motocicli, con in sella almeno 11 persone incappucciate, giungono in via Nolana. Formano un corteo e si fanno largo tra passanti e bancarelle del mercato impugnando una pistola. Si fermano davanti al bar in via Nolana. Il passeggero del ciclomotore che fa da apripista, prende arma, scende e minaccia le persone presenti, per poi ripartire in piazza Mercato. Di questo episodio (che ha configurato i reati di porto e detenzione illegale di arma nonché di violenza privata aggravata dalla matrice camorristica) rispondono Alfredo Minichini (fratello di Michele), Luigi De Martino, Giovanni De Turris, il ras di Barra Gennaro Aprea, Kevin Vittorio Suriano, Fabio Oliviero e Ciro Cerrato.

Le ‘stese’ e le bombe: tutti gli episodi che hanno scandito
le ostilità tra i Minichini e i De Micco a Ponticelli
Restano, invece, ancora da ricostruire i numerosi episodi che hanno scandito l’aggressione dei Minichini ai danni dei De Micco. Tutti eventi puntualmente messi agli atti dell’inchiesta. Il 15 novembre 2017 – data che presumibilmente segna l’inizio delle ostilità – viene ucciso Ciro Nocerino detto ‘o pazzariello: il 38enne sarebbe stato ucciso dal suo stesso clan di appartenenza, i De Micco, perché aveva manifestato l’intenzione di avvicinarsi ai Minichini. Il 29 novembre del 2017 vengono esplosi colpi di pistola nel rione De Gasperi; il primo dicembre del 2017 viene ferito Ciro Rigotti, figlio di Silvio e nipote di Flavio Salzano (quest’ultimo al soldo dei De Micco ed ammazzato proprio dal suo clan mentre era latitante perché, forse, stava accarezzando l’idea di pentirsi). Nella notte tra il 3 e il 4 dicembre 2017 a Cercola un ordigno viene collocato all’altezza dell’ingresso della società Simeoli Immobiliare. Il 4 dicembre del 2017 si verifica la ‘stesa’ in via Masseria Pepe per la quale è accusato Michele Minichini. Pochi giorni dopo, è la notte tra il 7 e l’8 dicembre 2017, un ordigno esplode in un circolo ricreativo riferibile alla famiglia De Martino (vicina al clan De Micco) ubicato nel ‘rione Fiat’ a Ponticelli. Il 12 dicembre 2017 vengono esplosi colpi di pistola in via Crisconio, roccaforte dei De Micco. Un’escalation di violenza che vede i Minichini protagonisti. Sullo sfondo l’alleanza di questo giovane gruppo criminale non solo con i barresi ma anche con i Rinaldi di San Giovanni a Teduccio. Un’alleanza, quest’ultima, che porta Michele Minichini a compiere l’omicidio del boss Raffaele Cepparulo (avvicinatosi ai Mazzarella per conto dei quali avrebbe dovuto uccidere proprio Rinaldi e Minichini) e a prestarsi per compiere l’omicidio di Vincenzo De Bernardo a Somma Vesuviana (per il quale di recente è stato raggiunto da misura cautelare) e un agguato fallito sempre nel Vevusiano per fare un piacere al ras mariglianese Luigi Esposito ‘o sciamarro, legato da vincoli di parentela ai ‘pazzignani’, gente di Ponticelli che ormai secoli fa faceva parte del clan Sarno e che s’è messo in proprio, affiancandosi ai Rinaldi, quando i Sarno hanno passato il guado.

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venerdì, 25 gennaio 2019 - 11:37
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