Procedimenti aggiustati al Tribunale di Trani, il racconto del processo sul ‘sistema’ fermato nel 2019 | Prima udienza

Tribunale
di Roberta Miele

Riavvolgiamo il nastro di uno dei processi più delicati che verte su un ipotizzato giro di corruzione all’interno di un Palazzo di Giustizia ad opera di magistrati. Il processo riguarda la cittadella della legge di Trani. Da oggi la cronaca capillare delle udienze dibattimentali, cominciate il 13 novembre e sin qui tenutesi. 

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Cinque imputati, diciotto parti civili tra cui la Presidenza del Consiglio dei Ministri e i ministeri della Giustizia e degli Interni. Sono i numeri del processo  scaturito dall’inchiesta “Giustizia svenduta” che ha alzato il velo su uno spaccato di corruzione all’interno del Palazzo di giustizia di Trani: al centro dell’indagine la manipolazione di processi in cambio di denaro e regali. E’ questo lo spaccato che, a partire dal 13 novembre del 2019, i giudici del Tribunale di Lecce stanno esplorando in un delicatissimo dibattimento di cui Giustizia News24 ripercorrerà tutte le udienze attraverso una cronaca a puntate e capillare.

Sul banco degli imputati l’ex gip del tribunale di Trani Michele Nardi (che è stato detenuto in carcere dal 14 gennaio 2019 sino al 19 giugno scorso, quando ha ottenuto i domiciliari col braccialetto elettronico),  ritenuto il capo dell’organizzazione a delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari, l’avvocato barese Simona Cuomo, il titolare di una palestra Gianluigi Patruno, l’ispettore di polizia Vincenzo Di Chiaro (anche lui detenuto in carcere sino al 19 giugno e anche lui attualmente ai domiciliari), accusato di essere il braccio operativo dell’organizzazione e Savino Zagaria, ex cognato del pm tranese, ormai dimessosi, Antonio Savasta, arrestato insieme a Nardi. Su Savasta, che per gli stessi fatti è imputato in un giudizio abbreviato incardinato dinanzi al gip del tribunale salentino, attualmente pende una richiesta di condanna a dieci anni e otto mesi di reclusione da parte della procura. L’accusa ha chiesto anche la condanna dell’ex pm tranese Luigi Scimè (4 anni e 4 mesi), dell’imprenditore Luigi D’Agostino (4 anni), dell’avvocato Ruggiero Sfrecola (4 anni e 4 mesi) e dell’avvocato Giacomo Ragno (2 anni e 8 mesi).

L’udienza del 13 novembre 2019, che ha segnato l’avvio del dibattimento, si è aperta con lo scioglimento di alcune riserve su questioni preliminari sollevate il 4 novembre, giorno di inizio del rito ordinario. Il collegio giudicante ha rigettato la richiesta di rito abbreviato effettuata da Simona Cuomo perché l’ammissione della stessa «contravverrebbe al principio di speditezza del procedimento» essendo subordinata «all’ascolto di alcuni testimoni». Sempre nei confronti di Cuomo, ritenuto che «le esigenze cautelari siano venute meno» e che «l’imputata con la richiesta di rito abbreviato abbia mostrato di non volersi sottrarre ad un celere giudizio», il Tribunale ha accolto l’istanza di revoca della misura interdittiva che in ogni caso sarebbe scaduta il 13 gennaio 2020. Poi si è passato alle costituzioni delle parti civili: tutte accolte eccetto che per l’imprenditore Flavio D’Introno, grande accusatore nonché corruttore dei magistrati coinvolti nell’inchiesta. Per il Tribunale la posizione di imputato in un procedimento connesso di D’Introno è inconciliabile con quella di parte civile.

Accusa e difesa si sono scontrate sull’inserimento all’interno del fascicolo del dibattimento di alcuni verbali riguardanti servizi di osservazione e controllo, secondo la procura, atti irripetibili. Sul punto la difesa di Nardi, rappresentata dall’avvocato Mariani, ha sostenuto che gli agenti della polizia giudiziaria dovranno intervenire in dibattimento su quegli atti, altrimenti non avrà senso citarli come testimoni. Gli ha fatto eco la difesa di Simona Cuomo, rappresentata dall’avvocato Francesco Paolo Sisto, la quale ha sottolineato che la ripetibilità dell’atto risiede «nella capacità di essere descritte nel dibattimento», e, dunque, «se il teste lo può ripetere in tribunale, l’atto non è ripetibile». La difesa di Nardi, inoltre, ha sollevato la questione di incompetenza territoriale, così come era già avvenuto durante l’udienza preliminare da parte dell’imputato stesso.

Alla base dell’eccezione «lo status ricoperto nell’ambito della Corte d’Appello di Lecce» dai magistrati Carlo Maria Capristo, procuratore di Taranto, e Marco D’Agostino, sostituto procuratore a Brindisi. Nel corso dell’incidente probatorio, «l’imputato in un procedimento connesso Flavio D’Introno» – ha spiegato l’avvocato Mariani – «ha chiamato in causa entrambi i dottori». In particolare, l’imprenditore ha raccontato che una denuncia redatta da Nardi «è stata depositata da Caprino a Savasta». D’Introno, ha osservato il legale, «o è credibile sempre o non è credibile mai». D’Agostino, invece, secondo quanto raccontato da D’Introno durante lo stesso incidente probatorio, era titolare di un fascicolo richiamato in un capo d’imputazione contestato a Nardi, che l’avrebbe «fermato indebitamente». Dopo il trasferimento del pm D’Agostino, le ‘carte’ sono passate a Scimè. Di qui la contestazione della difesa dell’ex gip: Nardi, secondo l’accusa, agiva anche tramite «colleghi compiacenti», eppure, i richiami che emergono dagli atti «sono stati completamente bypassati». Per far scattare la deroga della competenza – ha concluso l’avvocato – ci vuole la qualificazione di imputato, ma la giurisprudenza «non contempla che sia la procura a scegliere in maniera arbitraria chi iscrivere o meno nel registro degli indagati». Di tutt’altro avviso la pm Licci, per la quale la «difesa sostanzialistica» non trova fondamento nella giurisprudenza. Inoltre, ha sottolineato, «non c’era nessun elemento per l’iscrizione o un obbligo di iscrizione da parte della procura» dei due magistrati. «Arbitraria semmai è l’interpretazione che si è voluto dare delle parole di D’Introno».

Diverse tesi si sono scontrate anche sulla formulazione dei capi d’imputazioni. La difesa di Nardi ha eccepito, nello specifico, la carenza di «tassatività e la determinatezza»: «Io mi difendo in quanto so di cosa mi si accusa, altrimenti diventa un processo kafkiano. Con la generalità si può dire tutto e il contrario di tutto». Nardi è accusato di avere sfruttato le disponibilità economiche di soggetti, «secondo modalità operative consolidate nel tempo. Chi sono questi soggetti? E quali sono queste modalità?». E poi: «Si parla di radicati legami acquisiti nel tempo all’interno del tribunale di Trani. Chi sono queste persone?». Infine, «in tre capi di imputazione, il pagamento delle somme in contanti», con una formulazione alternativa, «diventa oggetto di tre reati inconciliabili tra di loro», ha concluso l’avvocato. Eccezioni tutte rispedite al mittente. Per l’accusa le «imputazioni sono estremamente dettagliate», ma all’interno «non possono essere indicate le prove o le fonti di prova». Anzi, nella stesura dei capi c’è stato «uno sforzo di analisi imposto dalla necessità di dare un ordine alla gestione totalmente priva di senso logico, giuridico e cronologico dei procedimenti che hanno gestito i magistrati coinvolti in questo processo e che costituiscono interamente il corpo del reato rispetto all’imputazione di corruzione in atti giudiziari» E dunque, per la procura, la «questione è assolutamente infondata».

La diatriba si è conclusa con la decisione del Tribunale. Respinte le eccezioni sollevate dalla difesa: nessuna incompetenza o nullità, il giudizio resta incardinato a Lecce ed il dibattimento entra nel vivo.

martedì, 7 luglio 2020 - 15:00
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