Salario minimo, per la Corte Ue direttiva valida: annullate solo 2 disposizioni. Von der Leyen: «È una pietra miliare»

aula tribunale

La Corte di Giustizia dell’Unione europea ha confermato la validità della maggior parte della direttiva europea sul salario minimo, approvata nell’ottobre 2022, annullando tuttavia le disposizioni che prevedevano obblighi specifici per gli Stati membri nella determinazione e nell’aggiornamento dei salari minimi legali.

In particolare, i giudici hanno cancellato la parte che imponeva agli Stati di considerare determinati criteri al momento della definizione dei salari minimi e la norma che ne impediva la riduzione nei Paesi con sistemi di indicizzazione automatica.

Secondo la Corte, tali disposizioni rappresentano un’ingerenza “diretta” nella determinazione delle retribuzioni, ambito che resta di competenza nazionale. Per il resto, il ricorso presentato dalla Danimarca, che chiedeva l’annullamento integrale della direttiva, è stato respinto.

La direttiva, ricordano i giudici, «istituisce un quadro volto a garantire l’adeguatezza dei salari minimi legali negli Stati membri e a promuovere la contrattazione collettiva». La Corte ha inoltre precisato che l’esclusione della competenza Ue in materia di retribuzioni e diritto di associazione «non si estende a tutte le questioni connesse», ma solo a interventi diretti nella fissazione dei salari.

Le reazioni da Bruxelles

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha accolto con favore la sentenza:
«Ogni lavoratore in Europa dovrebbe potersi guadagnare da vivere. La sentenza odierna è una pietra miliare per gli europei: riguarda dignità, equità e sicurezza finanziaria. La direttiva sarà attuata nel pieno rispetto delle tradizioni nazionali, dell’autonomia delle parti sociali e dell’importanza della contrattazione collettiva. Il nostro impegno è che il lavoro sia davvero remunerativo».

Anche la vicepresidente esecutiva con delega ai diritti sociali, Roxana Mînzatu, ha sottolineato che la decisione della Corte «rafforza il modello sociale europeo, basato su salari equi e adeguati e su una solida contrattazione collettiva, che porta sia equità sociale sia benefici economici».

La posizione della Commissione europea

In una nota, la Commissione Ue ha evidenziato che la Corte ha confermato «la validità delle disposizioni relative alla contrattazione collettiva», considerate «essenziali per rafforzare la tutela del salario minimo e garantire che il maggior numero possibile di lavoratori ne benefici».

Bruxelles ha precisato che sta analizzando l’impatto delle parti annullate, ma ha ribadito che «la sentenza non pregiudica la legislazione già adottata dagli Stati membri per recepire la direttiva» e che l’esecutivo «continuerà a impegnarsi per garantirne la piena e corretta attuazione in tutta l’Unione».

Le reazioni politiche in Italia

Il capogruppo del Pd in Commissione Lavoro alla Camera, Arturo Scotto, ha commentato:
«La Corte di Giustizia europea ha nei fatti respinto il ricorso della Danimarca sul salario minimo legale. È una conferma che quella misura non solo è giusta, ma che la direttiva Ue va nella direzione dell’estensione del modello sociale europeo fondato su salari dignitosi. Rifletta Giorgia Meloni, che continua a fare ostruzionismo su una legge di civiltà in un Paese dove i salari hanno perso potere d’acquisto più che altrove. È l’ora di riaprire la discussione sul salario minimo anche in Italia».

Anche gli eurodeputati di Alleanza Verdi e Sinistra hanno espresso soddisfazione:
«Accogliamo con favore la sentenza della Corte di Giustizia europea, che conferma l’importanza di un quadro normativo europeo per la definizione di salari dignitosi per tutte le lavoratrici e i lavoratori. La Corte ha riconosciuto che un’Europa sociale non è solo possibile ma necessaria. Il governo Meloni dovrebbe prenderne atto e agire per garantire serenità e dignità nel mondo del lavoro».

Le posizioni di sindacati e imprese

Per la Cgil, la sentenza «riafferma i principi di giustizia sociale e valorizza il ruolo della contrattazione collettiva». La segretaria confederale Francesca Re David ha spiegato:
«Sono stati confermati tre principi fondamentali: costruire un’Europa giusta e solidale, riconoscere il salario minimo come diritto anche attraverso la contrattazione collettiva e rafforzare la dimensione sociale dell’Unione. Il governo italiano non ha più scuse: avvii subito un tavolo con le parti sociali per realizzare anche in Italia il salario minimo».

Sul fronte delle imprese, il vicepresidente di Confcommercio, Mauro Lusetti, ha commentato:
«La sentenza ribadisce ciò che in Italia è già una realtà consolidata: un sistema fondato su una forte contrattazione collettiva, in grado di garantire equità, tutele e un giusto equilibrio tra produttività e diritti dei lavoratori. Ma offre anche lo spunto per affrontare il vero nodo rappresentato dal dumping contrattuale, che mina la concorrenza leale e indebolisce la contrattazione di qualità».

Prospettive future

Con la decisione di Lussemburgo, la Corte ha dunque confermato la validità complessiva della direttiva europea sul salario minimo, ribadendo l’obiettivo di garantire salari adeguati e dignitosi in tutta l’Unione.

La parziale cancellazione di due disposizioni non altera l’impianto generale della norma, che resta – come sottolineato da Bruxelles – uno dei pilastri del modello sociale europeo e uno strumento essenziale per rafforzare la contrattazione collettiva e ridurre le disuguaglianze tra i lavoratori dei diversi Stati membri.

martedì, 11 Novembre 2025 - 19:07
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