Napoli, graziato due volte da un gip: condannato il tunisino che inneggiava all’Isis ed esultava dopo gli attentati

Tribunale Giustizia
di Manuela Galletta

«Stringere bene la cintura con l’esplosivo in modo che sia impossibile disinnescarla se non facendo esplodere anche i nemici». E poi: «Nascondere le facce per non essere riconoscibili. Scappare in un altro paese dopo l’operazione per aumentare la rabbia del nemico». Il vademecum del terrorista, Mohamed Khemiri, lo recitava agli stranieri che aiutava ad ottenere il permesso di soggiorno. Lo faceva nel chiuso della sua Fiat Panda, ignorando che i carabinieri del Ros vi avessero piazzato una microspia.
Il 41enne tunisino arrestato due anni fa a San Marcellino in provincia di Caserta appariva un sostenitore convinto dell’Isis: «L’Isis è incredibile (…) Sono IsIsiano finché avrò vita. E se morirò vi esorto a farne parte», ripeteva ad altri connazionali. Sul suo profilo Facebook faceva sfoggio di foto di combattenti o di immagini che ricevono conflitti apocalittici. E nelle chat esultava per gli attenti stragisti. «Allah è grande! La migliore mattinata della Terra Santa», disse il 21 gennaio del 2015 alla notizia che un arabo aveva ucciso a coltellate nove pendolari a Tel Aviv. Analoga soddisfazione la mostrò all’indomani dell’assalto al giornale francese di Charlie Hebdo, commentando che «quel giornalista che ha fatto quelle vignette che ledono l’Islam e i musulmani ha avuto ciò che si merita». Mohamed Kemiri, tunisino di stanza a San Marcellino (nel Casertano), usava i social network e il chiuso della sua auto, una Fiat Panda, per inneggiare al fondamentalismo islamico.
Pochi giorni fa Mohamed Khemiri, l’uomo che ha spaccato i magistrati di Napoli, è stato condannato a otto anni di reclusione. I giudici della terza sezione della Corte d’Assise di Napoli, recependo l’impostazione accusatoria sostenuta dal pubblico ministero antimafia Maurizio De Marco, hanno riconosciuto il tunisino colpevole di terrorismo di matrice islamica, in particolare di proselitismo e indottrinamento via web per conto dell’Isis, una attività conosciuta anche come radicalizzazione «on ground». Condanna, dunque. E pensare che il caso Khemiri ha spaccato procura e ufficio gip. Khemiri – in carcere con l’accusa di avere procurato documenti falsi a immigrati clandestini (reato per il quale è stato condannato in un procedimento separato) – si è visto respingere ben due volte l’arresto chiesto dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli per l’eversione terroristica. Il gip che fu chiamato a pesare il quadro indiziario ritenne infatti che dalle indagini non era emerso «alcuno elemento, ma neanche spunto, per collegarlo» ad una cellula terroristica. Cioè che emerse, a parere del gip, era invece «un connotarsi politico della sua profonda religiosità». Valutazioni che la Corte d’Assise non ha condiviso. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro novanta giorni. Khemiri, come ricostruito dagli investigatori, sbarcò da clandestino a Lampedusa nel 1998 a bordo di un gommone. Di qui raggiunse la Francia e rientrò in Italia nel 2000: si fermò a Firenze dove fu arrestato per spaccio di droga, poi giunse in Calabria e infine in Campania dove venne arrestato.

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lunedì, 25 Giugno 2018 - 18:50
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