Ponte Morandi, processo sulle anomalie della ditta che si aggiudicò un subappalto: condannato lo zio dei boss D’Amico

ponte Morandi
Il ponte Morandi crollato a Genova la mattina del 14 agosto 2018

Si è concluso con due condanne il processo con rito abbreviato (formula che prevede lo sconto di un terzo della pena) sulla gestione della Tecnodem, la società napoletana che si era aggiudicata un subappalto nella ricostruzione del Ponte Morandi (crollato il 14 agosto del 2018) prima di essere estromessa a causa di un’interdittiva antimafia. Accogliendo le richieste avanzate dal pubblico ministero Henry John Woodcock agli inizi di novembre, il giudice per le indagini preliminari Ciollaro della settima sezione penale del Tribunale di Napoli ha condannato Ferdinando Varlese, zio dei boss D’Amico di San Giovanni a Teduccio, a tre anni e 4 mesi di reclusione, mentre un anno è stato disposto per la consuocera Consiglia Marigliano. Alla donna è stata concessa la sospensione condizionale della pena, in ragione della quale la donna – che era detenuta ai domiciliari – è stata scarcerata. Resta invece ai domiciliari Varlese. Il pm aveva invocato 4 anni di reclusione per ciascun imputato.

Varlese e Marigliano – difesi dall’avvocato Raffaele Chiummariello – sono stati ritenuti colpevoli di ‘trasferimento fraudolento di valori’: secondo l’accusa, contestata a seguito di un’indagine della procura di Genova poi trasmessa a Napoli per competenza (la Tecnodem ha sede a Napoli), Varlese ha intestato la Tecnodem, di cui era il reale responsabile mentre dalla carte risultava essere un dipendente, alla consuocera allo scopo di eludere e disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali.

La decisione di intestare tutto alla donna, ritenuta dagli inquirenti una mera prestanome, scaturiva da lontani problemi con la giustizia di Varlese: trent’anni fa l’uomo fu condannato per associazione a delinquere nell’ambito di un processo che che vedeva tra gli imputati anche soggetti affiliati al clan Misso-Mazzarella-Sarno guidato da Michele Zaza e Ciro Mazzarella). Proprio questa circostanza, unitamente ai rapporti di parentela coi D’Amico, fece scattare dapprima l’interdittiva antimafia che estromise la Tecnodem dai lavori della ricostruzione del Ponte Morandi e successivamente l’inchiesta della procura di Genova nella quale inizialmente era contemplata anche l’aggravante della matrice camorristica che è successivamente caduta per carenza di prove.

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martedì, 17 dicembre 2019 - 13:00
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