Caporalato ai danni dei riders, inchiesta parallela dei carabinieri: questionario ai fattorini in tutta Italia

uber eats
Un fattorino di Uber Eats

Controlli in tutta Italia sul caporalato nel settore del food delivery. La fine del lockdown per le attività della ritosrazione, iniziato con il via libera alla consegna a domicilio, ha svelato il fenomeno dello sfruttamento dei riders, i ragazzi e le ragazze che distribuiscono i pasti ordinati, spesso in condizioni contrattuali svantaggiosi. L’inchiesta è stata avviata dalla Procura di Milano che nei giorni scorsi ha commissariato per caporalato Uber Italy, una delle società leader nel settore, e nel fine settimana un’altra indagine dei pm milanesi ha portato alla raccolta in tutta Italia – dunque anche in Campania – delle dichiarazioni di oltre mille fattorini che fanno le consegne di cibo a domicilio.

E’ stata invece casuale la quasi concomitanza tra l’amministrazione straordinaria disposta dai giudici delle misure di prevenzione, su richiesta del pm Paolo Storari, per la filiale italiana del colosso americano e l’attività dei carabinieri del Comando Tutela Lavoro e di tutti i Comandi provinciali. I militari hanno intervistato con dei questionari centinaia di rider che lavorano per le principali piattaforme di food delivery per acquisire informazioni utili all’inchiesta ‘pilota’ sul fenomeno dei fattorini in bici, aperta già nei mesi scorsi dal pool ‘ambiente, salute, lavoro’ guidato dall’aggiunto di Milano Tiziana Siciliano.

Un monitoraggio su strada in tutte le province per fotografare, attraverso la voce dei lavoratori, le modalità di svolgimento del servizio, i rapporti di lavoro e le forme di tutela garantite, sotto il profilo della sicurezza su strada ma anche sanitaria.  Già un mese fa era emerso da un’annotazione dei carabinieri del Nucleo ispettorato lavoro di Milano che i rider nelle prime fasi dell’emergenza Covid non sarebbero stati tutelati dai rischi di contagio da alcune società di delivery, se non con consegne sporadiche di mascherine. Per gli inquirenti, alcune piattaforme, considerando i rider come lavoratori autonomi, avrebbero rimesso a loro la gestione della prevenzione e dei rischi.

Nel capoluogo lombardo, sempre nell’ambito dell’indagine conoscitiva, già lo scorso novembre erano scattati i controlli con i questionari sui fattorini anche per individuare casi di sfruttamento e la presenza di clandestini, che è stata accertata in alcuni casi. Dagli atti dell’altra inchiesta, quella sul servizio Uber Eats condotta dal Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza, è venuto fuori che erano quasi 1500 i rider che lavoravano, tra Milano, Firenze, Roma e altre città, per la piattaforma. Sarebbero stati in gran parte gestiti da due società di intermediazione ma Uber, a detta dei giudici, era «consapevole» dello sfruttamento, delle paghe da «3 euro a consegna» e delle «punizioni», tra cui il blocco degli account. Da una delle tantissime chat agli atti si evince che uno dei manager di Uber era persino al corrente che i rider erano «costretti a lavorare in precarie condizioni di salute dietro la promessa di ricevere un bonus extra».  Un intermediario, infatti, diceva ad un dipendente della piattaforma: «Ora ho chiesto a David di scendere in strada anche se malato che gli do 50 euro».

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lunedì, 1 giugno 2020 - 11:11
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