Il clan Sibillo e il pizzo imposto alle pizzerie del centro storico di Napoli: chieste 16 condanne

Pasquale Sibillo nel giorno dell'arresto avvenuto nel 2015

C’è chi risponde di associazione di stampo mafioso, chi di spaccio di droga e chi di estorsione a danni di alcune pizzerie del centro storico e di una salumeria. Tutti sono comunque ritenuti legati al clan Sibillo, quello che ha dettato legge nel centro storico di droga, dapprima imponendosi quale anima della cosiddetta «paranza dei bambini» e poi navigando da solo nel mare dell’illegalità sino ad entrare in contrasto con i Buonerba di via Oronzio Costa.

Ieri mattina a sedici imputati accusati, appunto, di avere avuto un ruolo all’interno dell’organizzazione criminale la Direzione distrettuale antimafia di Napoli ha presentato il ‘suo’ conto: invocate 16 richieste di condanna al processo che si sta definendo con la modalità del rito abbreviato, formula che prevede lo sconto di un terzo della pena, dinanzi al giudice per le indagini preliminari Luana Romano. La pena più alta è stata proposta per Giuseppe Napolitano: rischia 18 anni e 2 mesi di reclusione. Quindici anni sono stati chiesti per Enza Grossi; 12 anni e 10 mesi per Giovanni Ingenito e per Giovanni Matteo, cugini entrambi di Pasquale Sibillo e promossi reggenti del sodalizio in seguito all’arresto di Antonio Napoletano ‘o nannone; 10 anni e 8 mesi per Ciro Albano; 9 anni e 6 mesi per Antonio Esposito detto ‘o pop; 9 anni per Rita Carrano e per Marco Napolitano; 8 anni e 6 mesi per Alessia Napolitano; 8 anni per Azzurra Venza; 6 anni e 8 mesi per Vincenzo Sibillo, padre del ras detenuto Pasquale e del baby boss Emanuele morto ammazzato nella faida coi Buonerba; 4 anni per Raffaela Criscruolo; 2 anni e sei mesi sono stati proposti per Francesco Pio Corallo e per Luca Capuano; 2 anni e 4 mesi per Daniele Napolitano; 2 anni, 8 mesi e 20 giorni per Roberto Postiglione.

Hanno invece scelto il rito ordinario il ras Pasquale Sibillo, la compagna Vincenza Carrese e Anna Ingenito. Al boss Sibillo, in particolare, è contestato l’avere continuato a dettare ordini dal carcere al tempo in cui era detenuto nel penitenziario di Secondigliano: Sibillo sarebbe riuscito a ‘comunicare’ con i cugini Giovanni Matteo e Giovanni Ingenito mediante una lettera. La circostanza è emersa dalle intercettazioni ambientali che sono al cuore dell’inchiesta: in particolare a farne riferimento è stata la compagna di Sibillo, Vincenza Carrese, ignara di essere ascoltata. Sempre le intercettazioni hanno rilevato la pressione estensiva ai danni delle pizzerie del centro storico. «Si è aperto la pizzeria a Capri e sta facendo soldi a tonnellate – è il commento in relazione ad una delle pizzerie sottoposte ad estorsione – Sta abbassando pappardelle… Lo tengo sopra a Facebook… mammamia e che tiene».
I fatti contestati agli imputati sono cristallizzati nell’ordinanza di custodia cautelare, a firma del gip Tommaso Parrella, che nel novembre dello scorso anno sfociò nell’arresto in carcere di 16 persone, nei domiciliari per 3 indagati e nel divieto di dimora nel comune di residenza per altri tre indagati.

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sabato, 27 giugno 2020 - 15:16
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