Dubbi, adesso, non ve ne sono più. Al termine di un serrato interrogatorio durato cinque ore e tenutosi in un ufficio del carcere romano di Rebibbia, Valter Lavitola ha ammesso di esserci lui dietro l’attentato contro Sigfrido Ranucci, avvenuto il 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione di Pomezia del giornalista di Report. Un ordigno rudimentale, piazzato da una banda composta da quattro persone, aveva semidistrutto le auto del giornalista.
Resta un punto interrogativo: Ranucci sapeva dell’attentato che Lavitola stava preparando? Se la questione sia stata affrontata durante l’interrogatorio non è dato sapere. Come riferito dalle agenzie di stampa, l’avvocato di Lavitola, Sergio Cola, alla domanda sull’eventuale conoscenza da parte di Ranucci dell’attentato che stava per essere organizzato, ha risposto: «Non commento questo aspetto, non posso rispondere».
Lavitola ha invece fornito una spiegazione molto diversa da quella ipotizzata dagli inquirenti sul perché abbia organizzato l’attentato. «Ho fatto tutto ciò – ha detto l’indagato, secondo quanto riferito dal suo legale al termine dell’interrogatorio – per tutelare l’incolumità di Ranucci, che era oggetto di parecchi pericolosi tentativi di aggredirlo, e fargli innalzare la scorta». Lavitola ha ricordato al gip che, all’epoca, il giornalista era protetto da appena due agenti. Gli attentatori, nella sua ricostruzione, erano invece «pericolosissimi»: da qui la decisione di organizzare un’azione che avrebbe dovuto far scattare un rafforzamento della protezione. E così, effettivamente, sarebbe avvenuto: dopo l’attentato la scorta è passata da due a otto agenti, con una protezione «a ferro di cavallo». Un gesto, nella versione di Lavitola, dunque «a fin di bene». Nessun “movente” politico, dunque, a dire Lavitola.
Una ricostruzione che però non convince gli inquirenti. Nella misura cautelare di 198 pagine, la gip individua una «doppia finalità» nel progetto. Da una parte, proteggere Ranucci dagli attacchi e dalle contestazioni che, secondo la ricostruzione della gip, lo esponevano anche al rischio di perdere la conduzione di Report: trasformarlo in un bersaglio della criminalità organizzata avrebbe reso più difficile, per i suoi detrattori, metterne in discussione la presenza alla guida del programma. Dall’altra, far crescere esponenzialmente la popolarità del giornalista in vista di una sua possibile discesa in politica e, parallelamente, garantirsi un ruolo di primo piano nel nuovo scenario.
È soprattutto questo secondo elemento a rendere difficile, per gli inquirenti, accettare la versione dell’azione «a fin di bene». A pesare sono anche alcuni elementi raccolti durante le indagini, a partire dai messaggi scambiati con Ranucci. In uno di questi, Lavitola arrivava a scrivergli: «In due anni diventi Presidente» del Consiglio. E nei mesi successivi all’attentato quell’ipotesi sembra aver acquistato concretezza, almeno nelle intenzioni dell’imprenditore: Lavitola arrivò infatti a commissionare un sondaggio sulle prospettive politiche del giornalista.
Per l’attentato a Ranucci, ad oggi, sono state arrestate cinque persone. A fine giugno sono finite in carcere quattro persone tra i 53 e i 22 anni: si tratta di Pellegrino D’Avino, 26 anni, Antonio Passariello, di 53, entrambi di Avellino, come Saverio Mutome e Luca Amato, di 40 e 21 anni, quest’ultimo della provincia di Napoli. Devono rispondere di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dall’aver agito in più di cinque persone e con modalità di tipo mafioso. Il 10 agosto è stato arrestato Valter Lavitola. Il mandato di cattura è stato messo anche per il cittadino camerunense Gomes Clesio Tavares, che però è in Camerun e non intende rientrare: Tavares è accusato dalla Procura di essere sarebbe lui l’intermediario con la banda irpina che materialmente ha piazzato l’ordigno. «Avrei voluto tornare per spiegare la mia vita e la mia versione dei fatti – ha detto qualche giorno fa al Tg1 confermando di non voler rientrare – però vorrei anche sapere per quale motivo devono emettere un arresto nei miei confronti. Diventa complicato perché è la verità, avevo previsto di tornare la settimana prossima però devo farmi delle domande prima».
Ranucci conosceva anche Gomes Tavares. Una conoscenza che risalirebbe almeno al 2022 e che sarebbe confermata anche da una fotografia acquisita agli atti in cui compaiono Ranucci, Gomes e Lavitola.
mercoledì, 12 Agosto 2026 - 20:46
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