Ecco il ‘nuovo’ di Pd targato Zingaretti: lotta alla ‘destra’ di Salvini e in Europa Eletti presidente, vice e tesoriere

di Laura Nazzari

Qualche inciampo al momento di leggere i nomi dei 120 membri dell’Assemblea Nazionale. A Paolo Gentiloni, eletto presidente del partito (non hanno votato per lui 89 ‘giachettiani’), i conti non tornano e così tra qualche minuto di imbarazzo e la necessità di trovare a caldo la quadra del cerchio, si definisce l’elenco dei componenti. E’ l’unica nota di colore dell’assemblea domenica, tenutasi all’hotel Ergife di Roma, che segna il ‘new deal’ targato Nicola Zingaretti. Un nuovo corso dal quale Matteo Renzi si tiene a distanza: col pretesto di impegni in famiglia, diserta l’Assemblea e si limite ad augurare ‘buona lavoro’ a tutti su twitter.

Nel suo appassionato discorso, Zingaretti parla di un «partito plurale e aperto a tutti», che spalanchi le porte al civismo e al volontariato, un partito che scenda già «dalla cima della montagna» per tornare «in mezzo alle persone». E per far sì che il suo progetto si realizzi conclude il discorso con un accorato appello rivolto a una platea che non smette di applaudire: «Vi propongo di tenere unito l’orgoglio di una storia per vivere da protagonisti il futuro. Perché serve a questo Paese. Serve perché c’è un’Italia migliore per questo paese ed è quella che vogliono i democratici italiani. E a loro dico: dateci fiducia e vedrete che tutto cambierà».

E, come prima manifestazione della linea votata all’apertura, Zingaretti tende la mano alle minoranze cedendo loro sei membri dell’Assemblea nazionale. I numeri sono così ripartiti: 78 membri su 120 sono riconducibili a Nicola Zingaretti, 16 quelli di Roberto Giachetti e nella ex mozione Martina sono 32 i membri dell’area di Luca Lotti e Lorenzo Guerini – tornata autonoma dopo le primarie – e 27 quelli propriamente martiniani. A Zingaretti spetta poi scegliere indicare direttamente 20 nomi, che in realtà diventano 14 perché il segretario ha deciso di ‘regalare’ 6 membri di questo pacchetti alle minoranze. Tra i 14 nomi ci sono la vicepresidente dell’Emilia Romagna Elisabetta Gualmini; il vice direttore dello Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) Giuseppe Provenzano; l’ecologista ed ex parlamentare Pd Ermete Realacci; la storica Emma Fattorini; Anna Pittelli, 28 anni, che si è sempre occupata di immigrazione e diritti nella sua Calabria; Irene Zappalà, assessore alla Cultura a Nova Milanese, 27 anni; Caterina Conti, 30 anni, ricercatrice di Trieste; Michele De Pascale, 34 anni, sindaco di Ravenna; Andrea Pacella, 32 anni, tra i leader dei giovani dem; Shady Alizadeh, 23 anni, attivista di tematiche europee, protagonista della rete Rigenerazione Italia; Maria Pia Pizzolante, 34 anni, lotta alla povertà, rete TILT; Marco Furfaro, 36 anni; Giuseppe Provenzano, 37 anni, esperto di Welfare e politiche sociali. In direzione nazionale, per volere di Zingaretti, anche Carlo Calenda, Roberto Morassut, Lia Quartapelle, Pierfrancesco Majorino e Teresa Piccione. Eletti anche i 9 membri della Commissione di garanzia del partito.

Ruoli di primo piano all’interno del partito sono stati assegnati anche ad Anna Ascani, protagonista della mozione di Roberto Giachetti, e a Debora Serracchiani, che ha appoggiato Maurizio Martina: Paolo Gentiloni le ha designate vicepresidenti, e così facendo le due mozioni della minoranza alle primarie sono rappresentate nell’ufficio di presidenza. Il tesoriere è invece Luigi Zanda, 76 anni.

E’ con questa composizione che il Partito democratico affronterà il suo nuovo cammino. Un cammino politico che ha davanti a sé una prima importantissima sfida, quella delle Europee. «Sono sicuro che troveremo il modo di arginare la destra e i sovranisti. Da Tsipras a Macron – dice Zingaretti – Siamo forze diverse ma in quel Parlamento condurremo una battaglia comune, a difesa dell’Europa e delle nostre democrazie». E la ‘destra’ resta per il Pd anche il ‘nemico’ politico da affrontare in Italia: Zingaretti nello specifico punta l’indice contro «una destra salvinizzata, con M5S complice» e lascia intendere che i primi delusi che vanno recuperati sono quelli che, per protesta, votarono i Cinque Stelle alle politiche. Per Zingaretti il MoVimento «non rappresenta più le speranze che ha suscitato, ma non e’ detto che i voti torneranno al Pd». Quindi Zingaretti si appella alla sinistra tutta, chiede «più riformismo» a patto che porti a maggiore «giustizia sociale e uguaglianza». «Oggi un top manager guadagna anche 3mila volte di più del suo operaio, non è possibile», dice Zingaretti.

Dalla minoranza l’unica voce apertamente critica e’ di Roberto Giachetti, candidato renzianissimo alla segreteria. Esprime dubbi su alleanze e programmi, ma assicura: «Saremo leali, non spareremo sui dirigenti come hanno fatto con Renzi». più dialogante l’area di Luca Lotti e Lorenzo Guerini, che ha votato Gentiloni presidente, come Maria Elena Boschi, che pure ha sostenuto Giachetti. Maurizio Martina garantisce di «dare una mano», all’insegna dell’unità.

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domenica, 17 marzo 2019 - 19:57
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