Inchiesta sullo stupro nella Circum: quando la rabbia non sente ragioni
e men che meno le ragioni di Diritto

Circumvesuviana
di Manuela Galletta

Quello che segue è un pezzo di lettura e di analisi sulle polemiche e sull’onda di indignazione montata a seguito della scarcerazione di due degli indagati nell’inchiesta sullo stupro di gruppo a San Giorgio a Cremano denunciato da una ragazza di 24 anni. L’articolo è stato pubblicato nell’edizione di ieri, venerdì 29 marzo, sul quotidiano digitale, il giornale di approfondimento che è accessibile su abbonamento e che è dedicato all’analisi dei principali temi di giustizia. Abbiamo deciso di condividere sul sito (consultabile gratuitamente) il contenuto del servizio alla luce dell’eco mediatica della vicenda. 

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L’immagine di Valentina (il nome è di fantasia) piegata in due su una panchina della stazione della Circumvesuviana mentre piange disperata è un fotogramma difficile da cancellare dal cuore e dalla testa. L’immagine di Valentina, con gli abiti strappati, che chiama la mamma al cellulare solo dopo l’insistenza di un passante che le tende una mano è il fotogramma che più di tutti ha creato empatia e solidarietà umana verso questa 24enne di Portici che ha denunciato uno stupro di gruppo avvenuto nell’ascensore della stazione della Circumvesuviana di San Giorgio a Cremano senza che nessuno notasse alcunché.

L’opinione pubblica non ha esitato un solo istante a scegliere da che parte stare. E per una serie di ragioni: l’immagine di tre ragazzi che si infilano in ascensore e in sei minuti consumano un rapporto sessuale con la 24enne spinge più facilmente a pensare che si sia trattato di stupro; l’idea (opposta) della consensualità, tesi degli indagati, è difficilmente digeribile. Poi c’è la storia della condotta tenuta da alcuni parenti dei tre ragazzi all’esterno del commissariato: c’è chi ha applaudito, chi ha urlato frasi di incoraggiamento. A fronte di un’accusa così odiosa come quella di stupro, lo spettacolo non ha certamente suscitato simpatia per gli indagati. E, infine, ci sono i referti medici: quelli che dicono che violenza c’è stata e che la ragazza non ha reagito per il cosiddetto effetto ‘freezing’, ossia l’incapacità, di fronte ad una situazione traumatica, di opporre resistenza; quelli che dicono che la ragazza ha fragilità psicologiche che la rendono ancora più vulnerabile. Valentina, per tutti, è stata la vittima di un’orribile violenza consumata da tre ragazzi tra i 18 e i 19 anni. E tutti si aspettavano, date queste premesse, che Alessandro Sbrescia, Antonio Cozzolino e Raffaele Borrelli sarebbero rimasti in galera a lungo.

Invece in quest’ultima settimana è accaduto qualcosa di inatteso. E’ accaduto che, a fronte di questo quadro indiziario e della convinzione dei pm sulla responsabilità degli indagati, due diverse sezioni del Tribunale del Riesame di Napoli, e dunque sei giudici (ogni sezione è composta da tre magistrati), hanno scarcerato Alessandro Sbrescia e Antonio Cozzolino, i primi due ragazzi che hanno impugnato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere (l’udienza per Borrelli si terrà nei prossimi giorni). Liberi, senza obblighi di sorta. Liberi dopo che gli avvocati hanno sostenuto in udienza la carenza della gravità indiziaria. Per l’opinione pubblica, che ha empatizzato con Valentina sin dal primo momento, quella decisione, di cui non si conoscono le motivazioni, equivale a un abominio. I commenti sui social network si sprecano, il tenore dei post è preoccupante e disarmante: si passa dalla sfiducia nella Giustizia ritenuta ingiusta agli insulti ai magistrati, sino ad arrivare all’augurio che le figlie di questi magistrati possano vivere l’inferno che Valentina ha raccontato di aver vissuto. C’è chi, addirittura, ha chiesto di pubblicare le foto dei giudici affinché i volti di chi ha commesso questo «scempio» siano visibili e riconoscibili.

Nessuno, ad eccezione fatta degli operatori del Diritto che sembrano diventati una specie in via di estinzione, si è soffermato a pensare che ad ogni valutazione della magistratura è sottesa una ragione e che, per pesare ed eventualmente criticare quella decisione (perché le decisioni della magistratura possono essere contestate purché venga fatto con cognizione di causa), è fondamentale conoscere le motivazioni del provvedimento. I tempi lunghi della Legge, in questo caso, giocano a sfavore dei sei magistrati finiti sulla graticola: per depositare le motivazioni alla base della loro decisione, le due diverse sezioni del Riesame si sono riservate 30 giorni di tempo, lasciando così un vuoto tra il dato della scarcerazione e il perché essa sia intervenuta. Un vuoto che fa a pugni con l’esplosione istantanea delle emozioni, dell’indignazione, della rabbia, che non sentono ragioni, e men che meno ragioni di diritto; che non conoscono il valore della parola ‘attesa’, assai preziosa per evitare di saltare a facili conclusioni. Invece no, la conclusione più ovvia è che i giudici abbiano sbagliato. Peggio ancora, che siano corrotti, che abbiano voluto favorire tre stupratori e demonizzare la vittima.

Nessuno si è fermato a pensare che motivare un provvedimento di scarcerazione a fronte della serietà del quadro indiziario tratteggiato dalla procura è operazione assai più complessa di quella di una conferma del carcere, soluzione quest’ultima assai più facile da adottare. I giudici hanno sbagliato, è l’idea comune. E passi pure che l’opinione pubblica la pensi così: è purtroppo evidente – e questo è problema culturale sul quale nulla viene fatto per risolverlo – che la collettività non solo non conosca le regole del Diritto ma non ha neppure interesse a comprenderle, finendo così per trasformare in verità assoluta il principio secondo il quale un’accusa equivale a una condanna e che una persona scarcerata, a maggior ragione se accusata di reati che toccano le corde del cuore delle persone, è solo un colpevole che l’ha fatta franca (per dirla alla Davigo) grazie a dei giudici incapaci, corrotti o impazziti.

Ciò che, però, è inaccettabile sono i commenti forcaioli di chi, invece, dovrebbe avere gli strumenti per comprendere che in un’inchiesta, in un processo, in un iter giudiziario esistono delle regole (poste a garanzia di tutti i cittadini), degli step che non possono essere ignorati e che hanno lo stesso identico valore di un’accusa mossa dalla procura. Ciò che diventa inaccettabile è che, a fronte dell’assenza di motivazione della decisione assunta dal Riesame, esponenti delle istituzioni e autorevoli giornalisti (cui le persone si affidano per conoscere l’evolversi di una storia e che, nonostante tutto, restano un punto di riferimento nella ricerca della verità) mettano in discussione l’autorevolezza della Giustizia senza conoscerne le ragioni.

Enrico Mentana – e come lui tanti autorevoli e avveduti giornalisti – ha scritto su Facebook: «Ma come è possibile che tre giovani premeditino lo stupro di una ragazza, le tendano un vero e proprio agguato in un ascensore, vengano riconosciuti attraverso le telecamere sicurezza e arrestati, e dopo tre settimane siano già fuori?». Parole così hanno un semplice e pesante significato: i giudici hanno sbagliato. Il vicepremier Luigi Di Maio ha fatto peggio ancora: da un lato ha affermato di non voler entrare nella vicenda specifica, poi però ha sproloquiato sulla vicenda stessa parlando di «delinquenti» (senza usare il termine presunti) in riferimento agli indagati e di «vergogna» rispetto alla decisione assunta dai giudici. Siamo di fronte ad un esponente delle istituzioni che attacca un’altra istituzione senza conoscere la storia di questa inchiesta nella sua interezza; siamo di fronte ad un esponente delle istituzioni che, con le sue durissime affermazioni, avalla e legittima l’imperante e preoccupante convinzione che la Giustizia sia ingiusta; siamo di fronte ad un esponente delle istituzioni che dimostra di considerare un orpello insignificante il momento del Riesame e tutto ciò che segue all’iniziale incriminazione da parte di una procura. E’ la logica (barbara) del processo di piazza, che serve ad accontentare la folla ma non consente l’esercizio del legittimo diritto di critica.

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sabato, 30 marzo 2019 - 14:41
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