Camorra, processo a 16 del clan D’Amico: proposta in Appello la conferma delle pene disposte all’esito del dibattimento

Il ras Salvatore D'Amico (foto Kontrolab)

Nessuno sconto di pena ai boss D’Amico di San Giovanni a Teduccio (gruppo legato ai Mazzarella) condannati in primo grado a pene severissime per i reati, contestati a vario titolo, di associazione di stampo mafioso, estorsione e traffico di droga. Lunedì mattina, 8 aprile, il sostituto procuratore generale Parisi ha chiesto ai giudici della prima sezione penale della Corte d’Appello di Napoli di confermare nella sostanza e nella forma le condanne stabilite il 30 settembre del 2016 nei confronti di 15 imputati all’esito del dibattimento incardinato dinanzi ai giudici della prima sezione penale del Tribunale di Napoli (presidente Francesco Pellecchia); solo per Antonio Boccia è stata invocata una riduzione di pena.

Tradotto in numeri, il pg ha chiesto: 30 anni di carcere per Luigi D’Amico, accusato di camorra, droga ed estorsione; 27 anni per Gennaro D’Amico; 19 anni per Salvatore D’Amico ‘o pirata. I tre fratelli sono stati a capo della cosca almeno fino al 14 giugno del 2011 quando scattò il blitz a corollario dell’inchiesta poi divenuta oggetto dell’attuale processo. Il pg ha chiesto inoltre la conferma a 26 anni e 6 mesi per Ciro Ciriello, fedelissimo dei D’Amico; 10 anni per Vincenzo Acampa, 13 anni per Gennaro Improta, 13 e mezzo per Giovanni Improta, 12 anni per Umberto Luongo, 13 anni e sei mesi di carcere per Antonio e Luigi Marconicchio, stessa pena per Maria e Salvatore Marigliano, Marco Notturno e Luigi Varlese.

L’unico sconto di pena è stato proposto per Antonio Boccia, che in primo grado fu condannato a 11 anni di reclusione: il pg ha chiesto la condanna dell’imputato a otto anni. Su questo processo tutti gli imputati sono a piede libero per decorrenza dei termini (di fase) di custodia cautelare. Salvatore D’Amico, che materialmente venne scarcerato nel giugno del 2015, è stato riarrestato nel maggio dello scorso anno per le accuse di estorsione da 2mila euro, una tentata estorsione e un tentativo di autoriciclaggio, reati entrambi aggravati dalla matrice camorristica. D’Amico finì in manette in esecuzione di un decreto di fermo spiccato dal pubblico ministero antimafia antimafia Antonella Fratello, decreto che venne poi convertito in ordinanza di custodia cautelare in carcere dal giudice per le indagini preliminari Marcopido del Tribunale di Napoli.

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mercoledì, 10 Aprile 2019 - 11:00
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