Bufera procure, chiesta al Csm la radiazione di Palamara dalla magistratura: «Condotte di pericolo concreto»

Luca Palamara
Il pm romano Luca Palamara al centro dello scandalo sulle toghe

«Rimozione dell’incolpato dall’ordine giudiziario». Pietro Gaeta, in rappresentanza della procura generale della Cassazione, invoca la massima sanzione per il pm romano Luca Palamara nel procedimento disciplinare, dinanzi al Csm, scaturito dall’inchiesta di Perugia che ha travolto il mondo della magistratura. La «rimozione» significa radiazione, espulsione. Significa che Palamara, nelle intenzioni dell’avvocato generale dello Stato, dovrebbe appendere per sempre la toga al chiodo.  

Il rappresentante dell’accusa ha sottolineato «l’elevatissima gravità oggettiva dell’illecito» e il ruolo da «regista e organizzatore» tenuto da Palamara in relazione al famoso incontro all’hotel Champagne a Roma nel corso del quale si parlò delle nomine di alcuni capi di uffici giudiziari. «Senza il suo operato non ci sarebbe stata la riunione all’hotel Champagne e l’interlocuzione con Lotti», ha insistito Gaeta. Non a caso è stato ricordato come in un’intercettazione si senta Palamara dire: «Senza di me non si muoverebbe una foglia». Per Gaeta è evidente che Palamara si è «attribuito un ruolo demiurgico» in quello incontro. 

Si è trattato, ha aggiunto l’avvocato generale della Cassazione, «di condotte di pericolo concreto, al massimo grado» e Palamara «non ha fornito elementi idonei ad attenuare questi elementi di gravità». Gaeta ha infatti rilevato che il pm di Roma (sospeso da oltre un anno dalle funzioni e dallo stipendio) «a fronte di accuse assai gravi non ha inteso interloquire con il suo giudice» e che «il suo comportamento ‘post factum’ non ha indotto ad alcun bilanciamento positivo». Ragione per la quale, ha insistito, Palamara non merita «alcuna attenuante»: si è andati oltre «il pericolo astratto, la soglia è  stata ampiamente superata, generando un pericolo concreto» e «solo l’interruzione dovuta alle indagini di Perugia ha impedito» l’effetto di tali condotte. 

Gaeta ha infine difeso la regolarità del procedimento disciplinare, respingendo al mittente la contestazione di essere un capro espiatorio e di essere ‘imputato’ in un procedimento sommario. «Nei confronti del dottor Palamara – ha sottolineato Gaeta- sono state rispettate fino in fondo le regole del processo, perché se il dibattimento non e’ legale nessuna sentenza può essere giusta». 

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giovedì, 8 Ottobre 2020 - 16:44
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