Giovanni ed Elia, uccisi a 9 anni dalle loro mamme. E il ministero della Giustizia si mobilita


Nove anni l’uno, otto anni l’altro. Due storie familiari quasi sovrapposte e un unico drammatico destino che s’è consumato nello spazio di una settima e che oggi più che mai chiama le istituzioni a interrogarsi. Giovanni Trame ed Elia Perrone sono morti troppo presto, sono morti perché uccisi dalle loro mamme. Donne, entrambe, separate dai compagni e coi quali vi erano motivi di conflittualità.

Elia Perrone, 8 anni, è morto l’altro ieri. Sua madre Najoua Gioia Minniti, 35 anni, l’ha ucciso in casa, a Calimera (in provincia di Lecce), poi è uscita, ha raggiunto il mare e s’è lasciata annegare nelle acque a largo di Torre dell’Orso. A sospettare che qualcosa fosse accaduto è stato il padre del bambino, venuto a conoscenza dell’assenza di suo figlio a scuola e preoccupato dal non riuscire a contattare l’ex moglie: mercoledì 19 novembre avrebbe dovuto trascorrere la giornata con il figlio. Da quel momento, i sopralluoghi condotti dalle forze dell’ordine hanno restituito un quadro drammatico: dapprima è stato rivenuto il corpo della donna (trovato da un subacqueo), quindi, dopo l’identificazione del cadavere arrivata grazie ai tatuaggi e incrociando il dato con la denuncia di scomparsa presentata da Perrone, è stato trovato il corpo del piccolo Elia. Il bambino presentava sia segni di strangolamento che ferite d’arma da taglio. Il padre di Elia non si dà pace. Il 16 dicembre 2024 l’uomo aveva preentato un esposto al Comune di Calimera nel quale spiegava di avere «ricevuto una visita della mia ex compagna. Dopo una breve conversazione sulla divisione delle feste natalizie la signora ha dichiarato di ritenermi responsabile di qualsiasi cosa capitasse a lei e al bambino». Nell’esposto l’uomo riportava testualmente alcune frasi che la donna gli disse quel giorno: «Saluta bene Elia perché lo porto con me»; «è già capitato che io sia andata di fronte al mare con la macchina»; 1ritieniti responsabile di qualsiasi cosa capiti a me e a Elia». Tra lui e la donna, dopo la fine del matrimonio, i rapporti erano pessimi.

Una storia che ha punti di contatto drammatici con quanto accaduto la sera del 12 novembre a Muggia, in provincia di Trieste. Olena Stasiuk, 55enne di origine ucraina, in passato seguita da un centro di salute mentale, ha ucciso il figlio di 9 anni, Giovanni Trame, tagliandogli la gola. Madre e figlio non vivevano insieme, proprio a causa delle condizioni di salute della donna ma da pochissimi giorni erano iniziati gli incontri liberi tra madre e figlio. Fino a poco tempo prima a questi appuntamenti erano presenti anche gli assistenti sociali. Ed è proprio lo scenario familiare in cui è avvenuto l’omicidio di Giovanni che fa venire i brividi. Il padre era molto preoccupato, perché la ex moglie aveva proferito in passato minacce di morte ed era stata fisicamente aggressiva nei confronti del bambino. Non a caso l’uomo aveva regalato al piccolo uno smartwatch con cui chiamarlo in caso di emergenza. I segnali di pericolo c’erano tutti. Sul caso ha acceso i riflettori anche via Arenula. Il ministero di Giustizia ha chiesto spiegazioni per comprendere la scelta dei giudici, suffragate dalle perizie degli psicologi e degli assistenti sociali di Muggia e del Centro di salute mentale di Asugi, di associare, dal 13 maggio scorso, alle visite “protette” anche un incontro settimanale in cui la donna vedeva il piccolo da sola. Sulle scrivanie degli uffici sul Lungotevere dovrebbe arrivare a breve una relazione in merito. Nei giorni scorsi, intanto, il gip Francesco Antoni ha convalidato il fermo e disposto la custodia cautelare in carcere per Olena Stasiuk, quando uscirà dall’ospedale Maggiore dove è ricoverata: l’accusa è omicidio volontario aggravato. Il gip ha anche deciso che venga eseguita una perizia medico-psichiatrica per valutare se la situazione della donna è compatibile con il regime carcerario.

venerdì, 21 Novembre 2025 - 09:10
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