‘Ndrangheta in Emilia Romagna: 40 condanne definitive, 8 anni e mezzo al poliziotto. Processo da rifare per Pagliani

Tribunale Giustizia

L’infiltrazione della ‘ndrangheta, in particolare della ‘ndrina Aracri di Cutro, a Reggio Emilia teorizzata dall’inchiesta ‘Aemilia’ diventa verità processuale. O meglio, storia. Mercoledì sera, intorno alle 23, dopo una camera di consiglio fiume i giudici della Corte di Cassazione (presidente Maurizio Fumo) hanno impresso il sigillo a 40 delle condanne già stabilite in sede di Appello, facendo diventare così definitivi i verdetti di colpevolezza. Altri due imputati hanno ottenuto uno sconto di pena. Infine per quattro imputati però il processo è da rifare, e qui la decisione della Cassazione diventa importante: una delle condanne annullate dagli ermellini riguarda la posizione di Giuseppe Pagliani, che non è solo un notissimo avvocato ma all’epoca dei fatti contestati era un consigliere provinciale in quota Forza Italia. Pagliani assolto in primo grado ma poi i giudici della Corte d’Appello ribaltarono la sentenza infliggendogli quattro anni di reclusione per concorso esterno in associazione di stampo mafioso. Nel ricorso alla Suprema Corte, la difesa di Pagliani aveva contestato la violazione di quattro principi di diritto, uno dei quali (che sara’ esplicitato nella sentenza) è stato accolto dalla Cassazione nel suo giudizio di legittimità.
Nuovo processo in Appello anche per l’imprenditore Michele Colacino, pure lui assolto in primo grado e poi condannato in Appello a 4 anni e 8 mesi: imprenditore nel settore dell’autotrasporto con importanti appalti per la raccolta rifiuti sulle province di Reggio Emilia e Parma, Colacino – secondo quanto emerso dalle indagini – era in stretto rapporto di amicizia con Romolo Villirillo fino al suo arresto avvenuto alla fine di luglio del 2011 per una tentata estorsione attuata con il metodo mafioso e poi con Nicolino Sarcone.  L’annullamento per Pagliani e Colacino è stato in toto. Solo parziale, invece, l’annullamento che ha interessato le posizioni di due calabresi trapiantati in Emilia Romagna: nei confronti di Francesco Frontera e Francesco Lamanna è stato annullato un unico capo di imputazione, ma non la responsabilità penale in ordine all’accusa principale. Dunque le condanne dovranno essere ricalcolate. Nel precedente grado di giudizio Frontera incassò 8 anni e 10 mesi: secondo i racconti del pentito Angelo Salvatore Cortese (fino al 2007 nelle file del clan calabrese con base a Cutro), era «il punto di riferimento per le altre consorterie della ’ndrangheta».  In primo e in secondo grado Frontera era stato condannato a 8 anni e 10 mesi. Lamanna, considerato invece un boss della ndrangheta, era stato condannato sia in primo che in secondo grado a 12 anni.
Tra le condanne invece divenute definitive c’è quella al poliziotto Domenico Mesiano, ex autista del questore di Reggio Emilia, condannato a 8 anni e 6 mesi per concorso esterno in associazione mafiosa e per le minacce alla giornalista Sabrina Pignedoli, alla quale dovrà risarcire 4mila e 800 euro per le spese legali. (Sullo stesso processo leggi anche la sentenza all’esito del dibattimento emessa il 31 ottobre: 125 condanne).

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giovedì, 25 ottobre 2018 - 09:46
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