Costretti a lavorare nei campi per 17 ore, una donna abortì per la fatica: 8 fermi Patronaggio: «C’è ancora troppa omertà»


Li facevano arrivare in Italia dai paesi dell’Est con un visto turistico. Poi li privavano del passaporto, e li sistemavano in case da loro procurate. Infine li obbligavano a lavorare nelle campagne. Li obbligavano a lavorare per 10-17 ore consecutive. E non importa se piovesse o se facesse un caldo torrido, l’ordine era di non fermarsi mai. Una donna, a causa del faticoso lavoro, ha abortito mentre era impegnata nei campi.

La storia di sfruttamento che si è consumata nell’Agrigentino (fra Campobello di Licata, Canicattì e Naro) e che stamattina è sfociata nell’arresto di 8 persone su decreto di fermo della procura di Agrigento passa attraverso intercettazioni, pedinamenti e riprese video attraverso sofisticate telecamere montate all’insaputa degli indagati. E sono i proprio i filmati a restituire lo spaccato più vivido e drammatico delle condizioni di vita e lavorative delle vittime. Come testimoniano i filmati, le vittime venivano stipate anche in 40, all’interno di furgoni adibiti al trasporto, per poi essere costrette a lavorare nei campi, sotto il costante controllo dei caporali.

Le paghe, ovviamente, era da fame: circa 30 euro al giorno. Ma la somma non era mai netta. Perché i lavoratori erano costretti a pagare i mezzi di trasporto che venivano obbligati ad usare per andare a venire dai campi e gli alloggi per dormire. Una brutta storia, sulla quale ha pesato il muro di omertà contro il quale gli inquirenti si sono scontrati. Ché, nonostante la schiavitù alla quale venivano sottoposti, le vittime avevano paura di parlare per timore di ritorsione.

Ed è proprio questo aspetto che, secondo il capo della procura di Agrigento, rappresenta il punto debole della recente normativa sul caporalato che pure ha introdotto un importante reato. «La nuova normativa sul caporalato non ha dato i risultati che il governo e il parlamento si aspettavano», ha detto Patronaggio nel corso della conferenza stampa convocata per illustrare i contenuto dell’inchiesta denominata ‘Ponos’ dal nome di una divinità greca che incarnava lo spirito del lavoro duro e della fatica. «I motivi? L’omertà in primo luogo, le organizzazioni criminali lucrano sul lavoro nero e chi gestisce questi giri ha la consapevolezza di non andare incontro a denunce ed esposti», ha specificato Patronaggio.

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giovedì, 7 novembre 2019 - 13:13
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