Carceri, bufera sulle Vallette di Torino Accuse ai 6 della Penitenziaria: «Senso di superiorità e spudorato menefreghismo»

Carcere

«Ti dovrei ammazzare e invece devo tutelarti», gli dicevano. E giù schiaffi, calci, insulti, cinghiate. Pestaggi cicicli, accompagnati da minacce: «Ti renderemo la vita molto dura». Si sarebbe consumati nel Padiglione C del carcere delle Vallette a Torino, laddove sono detenute persone accusate di reati sessuali.

L’allarmante quadro di violenza l’hanno descritto i pubblici ministeri Enrica Gabetta e Francesco Pelosi nell’inchiesta che ieri ha portato ai domiciliari sei agenti della Penitenziaria e ne vede altrettanti indagati a piede libero. I reati contestati ai destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere spiccata dal giudice per le indagini Sara Perlo sono gravissimi: si va dall’abuso di autorità alle lesioni sino ad arrivare al reato di tortura, quest’ultimo introdotto solo nel 2017. Contestazioni che il gip commenta così: gli indagati si sono comportati con «spudorato menefreghismo e senso di superiorità verso le regole del loro pubblico ufficio», dimostrando «di non credere nell’istituzione di cui fanno parte».

A dare la stura all’inchiesta è stato un esposto presentato il 3 dicembre del 2018 dal Garante dei detenuti di Torino, Monica Gallo. Poi è arrivata la collaborazione della direzione del carcere e il quadro indiziario si è delineato a poco poco, soprattutto grazie al lavoro affidato alla stessa Polizia Penitenziaria che non s’è tirata indietro (la delega, nello specifico, è stata assegnata al Nucleo investigativo centrale). Le accuse contestate vanno dall’agosto 2018 al novembre dello stesso anno. Tra gli episodi ricostruiti c’è anche la storia di un detenuto lasciato senza materasso e costretto a dormire sulla lastra di metallo. Quella di chi ha rimesso un dente. Quella di chi è stato costretto a denudarsi, o è stato messo faccia al muro e preso a pugni nella schiena. O degli agenti che “ridevano” mentre un detenuto (in attesa di Tso) urlava di dolore per le botte. Una “cura” cui erano sottoposti italiani e stranieri, senza distinzioni, e che a volte cominciava subito dopo l’arrivo alle Vallette.

Storie preoccupanti. Il Sappe però invita alla prudenza nel «trarre conclusioni» e ricorda che «pochi giorni fa, a Palermo, alcuni detenuti sono stati condannati per calunnia per le false accuse di pestaggi subiti da alcuni agenti».

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venerdì, 18 ottobre 2019 - 13:51
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