Giustizia verso la ‘fase 2’: avanza il processo da remoto. L’Ucpi e Garante per la privacy: «Dati personali a rischio»

Toghe
di Roberta Miele

C’è una fase 2 per ogni cosa. Anche per la Giustizia, da tempo ormai sospesa per l’emergenza Coronavirus, se non per pochi ed urgenti processi civili e penali. E allora, dal 12 maggio e fino al 30 giugno o forse oltre, la macchina giudiziaria potrebbe riprendere a funzionare con la celebrazione dei processi senza la presenza di giudici e parti nella stessa Aula, ma ciascuno collegato da remoto. E così anche le camere di consiglio dei magistrati. Mentre il deposito di atti e documenti potrebbe avvenire tramite pec. Un tentativo di dare una smossa alla Giustizia che è già troppo appesantita per poter sostenere ancora per molto la quasi totale paralisi. Ed è per questo che al ministero si cerca una soluzione per garantire la ripresa tutelando la salute di giudici e parti.

Il ministro Alfonso Bonafede ha chiamato a raccolta intorno ad un tavolo virtuale tutte le parti in causa: le Associazioni nazionali di magistrati e avvocati in primis, ma anche Consiglio nazionale forense, Organismo congressuale forense, Camere penali e Camere civili, Giuslavoristi ed Associazione dei giovani avvocati. Durante le due riunioni che si sono già tenute, il titolare del dicastero è intervenuto poco, premurandosi di ascoltare le opinioni dei partecipanti. Sui lavori però pesa l’emendamento del Governo al decreto ‘Cura Italia’, approvato al Senato e ora all’esame della Camera, che prevede tutto da remoto: udienze, camere di consiglio e atti di indagini preliminari da remoto. Il collegamento, inoltre, dovrà avvenire tramite Teams e Skype for Business, entrambi programmi di Microsoft individuati dalla Direzione generale dei sistemi informativi e automatizzati (DGSIA) del ministero. Preso atto della prospettiva, l’Unione delle Camere penali italiana, prima dell’ultimo incontro, ha scritto a Bonafede chiedendogli di sostenere la sospensione dell’entrata in vigore della disciplina perché eliminare «la fisicità del luogo di udienza e delle relazioni tra i soggetti del processo» «mina le fondamenta, i principi costituzionali di garanzia e viola, per le modalità previste, le vigenti regole di protezione dei dati e di sicurezza informatica».

E la tutela della riservatezza è alla base della preoccupazione del Garante della privacy Antonello Soro, a cui l’Ucpi ha rivolto la propria richiesta di aiuto. L’investitura, ha scritto in seguito l’Ucpi, «ha prodotto con immediatezza gli effetti sperati». Senza le definizioni delle questioni poste in via formale, sono certi i penalisti, «nessuna norma» potrà «essere approvata in tale materia». E di fatti Soro ha fatto eco agli avvocati inviando a sua volta una lettera al ministro con la richiesta di fornire «ogni elemento ritenuto utile alla migliore comprensione delle caratteristiche dei trattamenti effettuati nel contesto della celebrazione, a distanza, del processo penale». Il garante, in particolare, condivide i timori dell’Ucpi circa «l’eventualità che Microsoft possa desumere dai metadati nella sua disponibilità, alcuni dati giudiziari particolarmente delicati». E su questi temi ritenuti «sicuramente rilevantissimi e degni della massima attenzione» l’Autorità non è stata investita «di alcuna richiesta di parere». Né sulle norme emanate con i decreti né sulla scelta della piattaforma per la celebrazione da remoto del processo penale. È verosimile, ha scritto Soro, che «i tempi contratti» abbiano «indotto ad omettere un passaggio – ritengo di evidenziare – tutt’altro che formale». Passaggio che fino ad ora ha consentito «di realizzare un confronto sempre utile al fine di massimizzare la tutela dei vari beni giuridici in gioco, tra i quali appunto anche il diritto alla protezione dei dati personali».

Sulla fattibilità dei giudizi ‘online’ ha espresso seri dubbi anche Antonello Racanelli, procuratore aggiunto di Roma, già componente del Csm e in passato leader di Magistratura Indipendente, che ha fatto suoi «i rilievi delle Camere penali». «Pensiamo alla difficoltà di gestire le camere di consiglio in Corte di Assise, ci sono forti rischi di condizionamento» – ha avvertito – «l’innovazione è importante ma comporta problemi notevoli». Le mobilitazioni non si fermano qui. L’Ucpi, insieme al Cnf, è stata destinataria di un appello firmato da 74 legali, coordinati dall’avvocato Maurizio Vecchio, contro le udienze in videoconferenza. Ogni Palazzo di giustizia, denunciano, a seguito delle disposizioni sull’emergenza sanitaria, si è organizzato a modo suo. Una disomogeneità che si traduce in «una disciplina del processo – civile e penale – mutevole da Distretto a Distretto». Un nuovo «rito protocollare» – avvertono – che potrebbe portare a decisioni «anomale» e «abnormi». Non solo. I processi penali tramite internet – concludono i firmatari – «non possiamo immaginarli e non dobbiamo nemmeno ipotizzarli, e il medesimo principio dovrà valere per tutti i procedimenti dove l’avvocato dovrà discutere, esporre argomentazioni, contraddire, perché diversamente non ci sarà più ‘sintesi’ tra una ‘tesi’ ed una ‘antitesi’. I testimoni dovranno avere davanti ai propri gli occhi del Giudice, perché anche le loro movenze fanno la differenza tra menzogna e verità».

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sabato, 18 Aprile 2020 - 12:41
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