Napoli, l’onda spontanea del ‘no’ al processo da remoto. Gli avvocati: «Basta prassi che squalificano il difensore»

di Manuela Galletta

Questo approfondimento è stato pubblicato sul quotidiano digitale nell’edizione di giovedì 7 maggio. Il quotidiano digitale offre analisi, approfondimenti e storie accessibili solo su abbonamento. Solo pochissimi contenuti vengono condividi sul sito. Per non perdere i nostri contenuti premium, basta abbonarsi.

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La sfiducia nell’attuale classe dirigente politica considerata poco ‘affidabile’, le scottature del passato che sono ancora impresse nel sistema giudiziario e la necessità di tornare quanto prima alla normalità professionale perduta per recuperare quella sicurezza economica che il Coronavirus ha cancellato.

Ruota attorno a tutto questo la spontanea mobilitazione di 600 penalisti del foro di Napoli (e non solo) che martedì mattina, 5 maggio, si è tradotta in un originale flash mob per dire ‘no’ al processo da remoto. Un’iniziativa partita dal basso, partita dal cuore di chi sente in pericolo non solo il proprio futuro ma anche la dignità del ruolo di difensore. Hanno aderito tutti, giovani e decani della professione. Iscritti e non alla Camera penale, ritrovando così un senso di unità e di partecipazione che a queste latitudini neppure le elezioni degli organismi di categoria sono più in grado di restituire. Solo il direttivo della Camera penale si è voluto tenere fuori da quest’onda di rivendicazione (che invece ha raccolto il consenso del Consiglio dell’Ordine degli avvocati), finendo così con l’allargare una spaccatura tra l’organismo e una parte della sua platea di riferimento. Quella platea che invece si è ritrovata stretta attorno a storici penalisti (come Eduardo Cardillo, Claudio Botti, Raffaele Esposito) che in questa iniziativa ci hanno messo la faccia e l’esperienza, col valore aggiunto di poter contare sull’entusiasmo e la freschezza delle idee dei giovani, capaci di riplasmare, in poco tempo, un flash mob destinato ad andare perduto per via dell’impossibilità di riunirsi tutti insieme in piazza (a causa dei divieti imposti dalle misure anti-contagio) e di trasformalo in un flash mob virtuale dallo slogan efficace. Uno slogan scritto e cantato con fierezza: «Te lo dico da remoto, no al processo da remoto».
Così martedì mattina gli avvocati si sono ritrovati collegati sulla piattaforma Zoom (qualche problema tecnico l’ha provocato il boom di accessi, tanti che in molti non si sono potuti registrare) esibendo il cartello simbolo della protesta.

Tutti in silenzio mentre davanti all’ingresso del Tribunale di piazza Cenni l’avvocato Raffaele Esposito dava voce alla protesta leggendo il ‘manifesto’ sottoscritto in pochi giorni da ben 600 avvocati: «Il difensore è in bilico fra due pericoli mortali: quello del virus in senso stretto, una sorta di allergia della natura senza storia e con un nome acquisito di recente, Covid-19, e quello del virus prodotto dall’uomo e desiderato da tempo immemorabile dal giudice, il processo da remoto che stravolge la struttura ontologica del processo. Il virus della giustizia non conosce né vaccino né cure». Di qui l’esigenza della lotta contro «prassi giudiziarie» che «hanno squalificato e invalidato il difensore», emarginandolo dal processo. Di qui l’esigenza di una protesta contro un processo da remoto, per ora scongiurato, che farebbe del contraddittorio «un’utopia». «E’ venuto il momento di assumerci le nostre responsabilità – arringa l’avvocato Esposito – Bisogna restituire al difensore il ruolo di centralità. Bobbiamo essere uniti, aperti a tutte le alleanze. Lo so, la lotta è impari ma non tentare è ancora più triste. Ci guardano i giovani che hanno scelto di essere avvocati nel giorno dell’inferno».

E, allora, no al processo da remoto, anche se solo in via sperimentale. Perché il timore dell’avvocatura è che una tecnica adottata in un momento di emergenza poi diventi strutturale. E’ la storia del passato a rendere diffidenti gli avvocati. Lo ho spiegato l’avvocato Claudio Botti il giorno prima del flash mob durante un confronto, a distanza, tra lui e il giudice Alberto Maria Picardi (in forza alla Corte d’Appello di Napoli). Un question time, per l’esattezza, scandito da dieci domande poste dall’avvocato Raffaele De Cicco, tra i giovani che hanno contribuito alla realizzazione del flash mob. «In nome delle emergenze sono cambiati i codici di procedura penale. Quindi quando sentiamo parlare di emergenza, gli avvocati hanno una sana diffidenza perché l’emergenza diventa prassi – dice Botti – Siamo preoccupati perché non abbiamo un interlocutore politico affidabile e di cui fidarsi». Anche il giudice Picardi non nasconde di ritenere che l’introduzione del processo da remoto in questa fase possa essere una «prova tecnica per un futuro prossimo» e tuttavia il magistrato rivendica la necessità di ricorrere a questo strumento in questa fase per via della «situazione emergenziale» perché avrebbe «consentito di evitare assembramenti nelle aule», ma non disdegna neppure la possibilità di un’introduzione stabile del processo da remoto purché essa avvenga a determinate condizioni.

«Oggi era assolutamente giustificata questa tecnica. Può essere secondo me giustificata per il futuro prossima sempre in un’ottica concordata ma non si può imporre dall’alto una riforma di questo tipo, non si può imporre in questo modo agli avvocati. La questione del processo da remoto andrebbe affrontata in un’ottica più laica, si dovrebbe prendere atto che magari in determinate occasioni potrebbe essere uno strumento da applicare coi giusti limiti e con le giuste avvertenze», dice Picardi. Per il giudice, tuttavia, il processo da remoto non dovrebbe mai applicarsi al momento delle deposizioni di testi centrali all’interno di un’istruttoria. Contrari su tutti la linea gli avvocati, per i quali il processo da remoto «non ha alcun punto in comune con l’articolo 111 della Costituzione» che va difeso con i denti essendo «stata una battaglia enorme dell’avvocatura», ricorda Botti. Sull’eventuale conflitto con la Costituzione non è invece d’accordo il giudice Picardi, per il quale «i principi di oralità, di immediatezza e di contraddittorio sono pienamente garantiti con uno o più interlocutori che possano interloquire a distanza».

Del resto, osserva Picardi, il processo da remoto viene già adottato per i collaboratori di giustizia o per gli imputati detenuti in carceri al di fuori della regione in cui insiste il Tribunale che ospita il processo. Dissente l’avvocato Botti, che sottolinea come l’assenza fisica dell’imputato venga compensata con la presenza fisica dell’avvocato. Su due punti, tuttavia, vi è piena convergenza tra Botti e Picardi: l’avvocato e il giudice si sono, anzitutto, trovati d’accordo sulla necessità di smaterializzare gli atti del processo, così come hanno concordato sull’attuale mancanza di parità tra avvocati e magistrati nel ricorso alla tecnologia per la consultazione e la trasmissione di documenti. Il secondo punto di contatto è la necessità in questa fase emergenziale di sacrificare la ‘pubblicità delle udienze’. «Nel momento in cui ci si trova di fronte a un’epidemia, il codice vigente stabilisce che il giudice può disporre il processo a porte chiuse quando c’è pericolo di igiene. Beh, io credo in questo momento che si debba imporre al giudice di procedere a porte chiuse», dice Picardi. Concorda Botti, pur sottolineando che una decisione di questa portata deve avere una scadenza: «Se il sacrificio è delle porte chiuse va bene. Vi è da parte dell’avvocatura disponibilità per un periodo limitato a lavorare a porte chiuse.

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venerdì, 8 maggio 2020 - 09:43
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